
Calabria. Governo: stato
calamità, individueremo colpevoli

Due roulotte distrutte
dal fiume di fango
Roma, 11 Settembre Primi provvedimenti
per la tragedia di Soverato. Il Consiglio dei ministri
ha deciso lo stato di calamità naturale per la regione
Calabria e ha stanziato 30 miliardi. Lo ha annunciato
il ministro dell'Interno Enzo Bianco. "L'ordinanza di
Protezione civile che stabilisce lo stato di emergenza
- ha affermato il ministro Bianco - sarà emanata immediatamente
e diverrà operativa nelle prime ore di domani". La situazione
non è grave solo nella zona di Soverato, ha aggiunto Bianco,
"ma per fortuna non ci sono più comuni isolati". Troveremo
i colpevoli In merito alle responsabilità del disastro
di Soverato, il presidente del Consiglio Giuliano Amato
ha annunciato che il governo individuerà e punirà gli
eventuali colpevoli. "Il presidente Amato - sottolinea
il comunicato della presidenza del Consiglio - nell'esprimere
ai familiari delle vittime il profondo cordoglio suo personale
e del governo ed un apprezzamento particolare per gli
accompagnatori delle persone disabili, ospiti della struttura,
i quali si sono prodigati generosamente nell'opera di
soccorso, ha assicurato che verranno individuate le responsabilità
di tale disastro". Bordon: regione inadempiente Il ministro
per l'Ambiente Willer Bordon ha poi annunciato che, prima
del consiglio dei ministri di venerdì si riunirà il comitato
dei ministri per la difesa del suolo. Secondo Bordon,
l'area di Soverato era stata individuata come "ad alto
rischio idrogeologico", per questo il ministero dell'ambiente
aveva chiesto alla Calabria, la prima volta il 5 giugno
poi il 20 luglio, un'integrazione al piano di risanamento
della regione.
Calabria. Alluvione,
12 morti. Procura sequestra documenti
Soverato, 11 Settembre I lavori non
si sono fermati neanche per un attimo. Tutta la notte
i 400 soccorritori hanno proseguito le ricerche dei dispersi.
Secondo le stime ufficiali dei Carabinieri ancora 5 persone
mancano all’appello dopo che un torrente ha travolto il
camping "Le Giare", a Soverato, in provincia di Catanzaro.
Stamane recuperati altri 2 cadaveri, portando così a 12
il bilancio delle vittime. Ma un altro corpo è già stato
avvistato nelle acque del mar Jonio. Identificate nove
delle persone morte: si tratta di cinque disabili, tre
volontari Unitalsi e un turista. Intanto oggi, alle 15,
è prevista una riunione straordinaria del Consiglio dei
Ministri, nella quale verrà proclamato lo stato di calamità
naturale per tutta la Calabria. Sempre per oggi, il direttore
dell'agenzia di Protezione Civile, Franco Barberi, ha
convocato il Comitato Operativo per le Emergenze. Le polemiche
Inevitabili, divampano le polemiche. Il campeggio non
doveva stare lì, hanno detto il Ministro dell’Interno,
Enzo Bianco, e il responsabile della Protezione civile,
Franco Barberi. E proprio per cercare le eventuali responsabilità
del disastro la Procura di Catanzaro ha aperto una inchiesta.
Il presidente della Regione, Giuseppe Chiaravallotti,
ha annunciato che anche la Regione Calabria avvierà una
indagine conoscitiva. Scattano i sequestri Proprio l'inchiesta
della procura ha gia' portato al sequestro di una vasta
documentazione tecnico-amministrativa. Nel comune di Soverato
sono stati prelevati documenti relativi alle autorizzazioni
rilasciate al titolare del campeggio. Obiettivo degli
inquirenti capire come sia stato superato, a livello amministrativo,
il problema che "Le Giare" sia all'interno del bacino
fluviale del Beltrame. Le indagini sono condotte dal sostituto
Sandro Dolce. Il Genio Civile autorizzò il camping "Due
anni fa denunciammo il gravissimo rischio legato alla
presenza di camping in corrispondenza di tutte le foci
di fiumi", ha ricordato il presidente di Legambiente,
Ermete Realacci. "Un Sos inascoltato tanto più grave in
questo caso - ha accusato Realacci - visto che nel 1990
il Genio Civile di Catanzaro autorizzò l’attività del
camping Le Giare dal 15 giugno al 15 settembre di ogni
anno". L’allarme meteo era stato lanciato Ieri si è appreso
che, nella giornata di domenica, la Protezione civile
aveva inviato a tutte le prefetture un allarme per una
situazione metereologica critica su diverse regioni meridionali.
Particolare attenzione veniva segnalata per la Sicilia
orientale e la Calabria centro-meridionale. A rafforzare
lo stato di allerta ci sono le previsioni delle quantità
di pioggia prevista: "tra i 50 e i 100 millimetri su settori
jonici calabresi e siciliani".

IL PAESAGGIO VIOLENTATO
di MICHELE SERRA
SOSTIENE Marco Paolini, l' Omero di
"Vajont", che l'Italia è un paese montagnoso che ha di
sé un'immagine di pianura. E che sarebbe proprio questo
l'equivoco identitario più spaesante e rovinoso, tra i
tanti indotti da un'industrializzazione ultrarapida e
dall'abbandono in massa delle campagne. A parte la cartina
geografia (effettivamente, il settanta per cento del territorio
italiano è in rilievo), a confermare l'intuizione poetica
di Paolini è una serie funesta e impressionante di tragedie
tutte scaturite da una sorta di scriteriata e imperterrita
rimozione della natura stessa del nostro territorio. Ultima
e terribile questa di Calabria, dove un torrente, caricato
dagli acquazzoni, è disceso dai monti al litorale per
riprendersi il suo antico e naturale alveo, cancellando
un campeggio che con altre precarie strutture vacanziere
era stato sistemato per l'ennesima volta nell'ennesimo
posto sbagliato. Cioè in un posto che era fiume ed è tornato
a esserlo, secondo logica. Rende più cruda e dolorosa
la tragedia sapere che le vittime erano portatori di handicap,
e volontari che li assistevano; e, soprattutto, che questa
volta l'allarme era stato dato con largo anticipo (dagli
ambientalisti, cassandre troppo spesso sbeffeggiate),
che le autorità se ne erano occupate, ma che nulla era
poi mutato, e nessuna autorizzazione revocata, ammesso
che qualche autorizzazione potesse essere pretesa, in
quell'arrangiaticcio "fai da te" che è spesso l' economia
meridionale, turistica e non. COSI', l'ormai sdrucita
invocazione di rito, "bisogna punire i responsabili",
ha questa volta una sua palmare ragion d'essere: qualcuno
ha sbagliato perfino ufficialmente, nero su bianco, e
dovrà renderne conto. Perfino questo atto di giustizia,
però, sarebbe ancora niente di fronte all'impressionante
svagatezza con la quale un paese intero convive, da decenni,
con il vero e proprio sisma di superficie che lo incrina
e lo rode giorno per giorno. Che le colpe delle autorità
siano le più gravi, non vi è dubbio. Ma che l'incultura,
la sprovvedutezza e l'avidità di massa contribuiscano
a innescare le tragedie, è altrettanto indubbio. Con poche
eccezioni, in fondo a ciascuna di queste catastrofi, scavata
la melma, rimosse le macerie, si viene a sapere di seconde
case costruite in favore di valanga, di zone golenali
e addirittura di alvei (come a Soverato) abitati abusivamente
o addirittura legalmente, di acque che ci si dimentica
di far scolare e infine precipitano come bombe, di argini
mal sorvegliati, di fossi intasati, di fiumi ingolfati
di detriti oppure depredati dai cavatori. A ciascuna di
queste inadempienze, o di queste stolte predazioni, corrisponde
probabilmente un'autorità distratta o connivente. Ma corrisponde
anche la rimozione collettiva di regole, di memorie, di
saperi che dovrebbero, in un paese come l'Italia, essere
fisiologici. E se non lo sono più, significa che davvero
lo spaesamento è stato micidiale, e che dalla bruciante
modernizzazione italiana è scaturita soprattutto fretta
predatoria e non altrettanto talento tecnologico. E' presumibile
che la tecnologia, la stessa tecnologia che ha liberato
i contadini dalla vanga, saprebbe meglio della vanga regolare
il corso delle acque, risanare i crinali, rimboschire
dove serve. Eppure, in molte zone di collina e di montagna,
il segno sapiente e arcaico della vanga, della manutenzione
manuale e quotidiana del territorio, è a tutt'oggi l'ultima
traccia della previdenza umana, e ancora non ha trovato,
incredibilmente, un surrogato degno e autorevole. Probabilmente
perché, nello stravagante rendiconto del nostro fare e
disfare, si punta sempre su ciò che rende quattrini a
breve, ignorando che molto del lavoro, in una collettività
sana e previdente, dev'essere destinato al futuro. Altrimenti
ci si chiederebbe se costa di più riparare i danni delle
catastrofi (alcuni irrisarcibili, come le vite umane)
oppure cercare di evitarle, giorno per giorno. Se non
tutte, almeno la maggioranza. Anzi, ce lo si è già chiesto:
dopo ogni catastrofe. E ci si è sempre risposto che sì,
converrebbe, e di molto, provvedere alla manutenzione
ordinaria, e far rispettare le misure di sicurezza, piuttosto
che riempire di miliardi e di lacrime di coccodrillo le
voragini aperte. Eppure nessuna seria campagna politica
o progetto governativo, né di destra né di sinistra, ha
mai dato l'impressione di cogliere davvero l'enorme importanza
economica e culturale di un'opera di risanamento, di recupero,
di sorveglianza che sarebbe, poi, la sola e vera Grande
Opera urgentissima, qui da noi. E per unanime ammissione.
La parola "territorio", poi, è stata nominata così invano,
e così a raffica, da diventare uno dei più tipici e astratti
termini politichesi: come se territorio non volesse poi
dire, concretamente, il terreno sul quale poggiamo i piedi,
abitiamo, lavoriamo, viaggiamo. Si conta, adesso, di stabilire
in fretta chi ha avuto colpa di quanto è accaduto: e considerando
l'impunità che ha offeso altre vittime, in altri casi,
fare giustizia sarebbe già qualcosa di nuovo. Ma non se
verrà mai fuori, da questo fango, finché davvero non sarà
riaperto, anche nel profondo del sentire sociale, il capitolo
della nostra geografia, del nostro rapporto perduto con
la terra anzi il terreno, della percezione che abbiamo
del nostro abitare, del nostro paesaggio, di noi stessi.
Perché sono nella terra, poi, anche i computer della new-economy,
e non c'è occupazione virtuale, attività finanziaria,
connessione celestiale che non abbia poi le sue basi fisiche
sopra la pelle viva del pezzo di pianeta che ci tocca.
Finché un paese di montagna continuerà a pensarsi e programmarsi
come un paese di pianura, l'acqua dei fiumi continuerà
a caderci addosso a tradimento. La montagna non è il nostro
pittoresco, non il nostro passato, non il nostro svago.
E' il settanta per cento dell'Italia, lo è sempre stato
e lo sarà ancora per qualche era geologica. Viviamo in
pendenza. Prima ce ne rendiamo conto, meglio è.
Nasce il centro Margherita
Il sì dell'Asinello.
Frenata su D'Antoni: vicepremier? Si vedrà
di BARBARA JERKOV
LAVARONE - Popolari e Udeur vorrebbero
chiamarlo "Centro per l'Italia" o comunque qualcosa che
richiami l'identità nazionale. Letta vedrebbe bene "Margherita"
tout court, mentre Parisi, l'ideatore cinque anni fa del
marchio "Ulivo", preferirebbe un nome nuovo di zecca,
"ma non è questo il problema". Insomma, i centristi del
centrosinistra - Ppi, Democratici, Udeur e Rinnovamento
italiano - si preparano a passare alla fase due del progetto
di aggregazione dei "riformisti dell'area centrale dell'
Ulivo". Un'aggregazione (federazione o partito unico,
si vedrà) affiancata ai Ds in una, per dirla con Castagnetti,
"cooperazione emulativa". Ieri, al tradizionale appuntamento
dei popolari veneti a Lavarone, è arrivata anche l'ultima
adesione che mancava, quella dei Democratici. "Volete
sapere da me se il cantiere aperto al nord con la lista
Margherita può essere un modello per tutto il paese?",
esordisce Parisi dal palco, accanto a Castagnetti e Dini
(Mastella, trattenuto a Telese, non c'è, ma ha mandato
il coordinatore dell'Udeur del nord, De Checchi, con "mandato
pieno"). "La mia risposta, evito inutili suspense, è sì",
annuncia, scatenando un battimani fragoroso e strappando
a Rosi Bindi, nelle vesti di padrona di casa, un sorrisone
da qui a lì. "Abbiamo deciso di fare un nuovo soggetto",
rilancia Castagnetti, "decliniamolo in termini espliciti
e senza ambiguità, visto che soprattutto a noi toccherà
l'onere di una campagna elettorale contro un Polo che
su di noi ha già aperto il fuoco". A tutti è chiaro che
non c'è tempo da perdere, con quello sbarramento del 4%
che, se ognuno resta per conto proprio, nel 2001 di centristi
rischia di lasciarne a casa un bel po'. Da subito, potrebbero
essere istituiti pre-vertici per concordare una linea
comune da portare agli incontri di coalizione, con la
nomina di un portavoce unico a rotazione. La prima uscita
pubblica sarà molto probabilmente una manifestazione pubblica,
ai primi di ottobre, prima ancora della investitura del
candidato premier. Un candidato che, da queste parti nessuno
ha dubbi, sarà Rutelli. O meglio: la parola d'ordine,
su questo come su uneventuale vicepremierato per D'Antoni,
resta "non precipitiamo le cose, c'è tempo..." (soprattutto
sul leader della Cisl c'è parecchia freddezza: "Il centrosinistra
offre anche molte altre personalità di alto livello",
fa notare Dini). Ma è proprio Rutelli il perno attorno
al quale il processo di riunificazione della galassia
centrista si è messo in moto. "Le due questioni sono distinte,
ma naturalmente collegate", riconosce Parisi, rispondendo
a popolari e Mastella i quali chiedono che l'aggregazione
dei centristi preceda la scelta del candidato premier.
"Rutelli è anche il leader naturale di questo nuovo soggetto",
continua il professore, "con lui non c'è il rischio di
dar vita a una formazione confessionale, riferita al Ppe".
Insomma, non c'è il rischio che si vada a rifare la Dc.
E proprio per questo l'Asinello insiste nel chiedere che
l'aggregazione tenga sempre le "porte aperte" per nuovi
soci, che siano lo Sdi o i Verdi o forze della "società
civile". Il modello dichiarato è lo schema della margherita
realizzato qui nel Nordest da Cacciari con la sua lista
"Insieme per il Veneto". In luglio, quando Ppi, Udeur
e Ri avevano costituito la Federazione di centro, i Democratici
si erano tenuti fuori fra mille polemiche. Adesso di nuovo
c'è Rutelli, appunto. Ma - ricorda Parisi - nel frattempo
c'è stato anche il nuovo patto per l'Ulivo, fatto questo
che sgombra il campo da possibili velleità terzopoliste
degli altri centristi. Tutti d' accordo anche che l'aggregazione
non deve essere un mero cartello elettorale, ma un vero
e proprio soggetto politico. Di certo, però, al momento
c'è solo l'approdo a una lista unica alle politiche (una
lista che secondo Mastella "potrebbe valere sopra il 10%").
Di scioglimento dei quattro partiti al momento non parla
nessuno. O meglio, Parisi è il solo a dirsi pronto a partire
anche subito, precisando però che intanto il via libera
vale per il Nord, dove il modello margherita è già decollato.
Per il piano nazionale poi si vede, "si tratta di capire
bene il come".
Amato, appello all'unità
"Un candidato non di parte"
"La convention
non serva solo a ratificare"
di GIANLUCA LUZI
ROMA - A spada tratta contro la destra
"dei basic instinct", Giuliano Amato affronta il problema
non ancora risolto dal centrosinistra di come si dovrà
scegliere tra l'attuale presidente del consiglio e lo
sfidante Rutelli. Sempre più deciso a rimanere in corsa
per la scelta del candidato, Amato solleva una perplessità
sulla procedura che appare al momento più accreditata
tra i leader del centrosinistra: la convention che ratifichi
una scelta presa dai sette segretari. Ad Amato questa
ipotesi non va: "Ci vuole una procedura più larga possibile
- ha detto infatti ieri il capo del governo intervenendo
a un convegno dei liberal ds -. Una grande assemblea convocata
per comunicare la decisione dei sette segretari diventerebbe
un patatrac perchè nella democrazia contemporanea quando
si attivano molte persone queste si attendono di poter
partecipare alle decisioni". Quindi - considerando che
la strada delle primarie non sembra percorribile e che
i segretari del centrosinistra sono addirittura otto e
quindi metterli d'accordo è ancora più complicato che
se fossero sette come detto da Amato - si complica la
scelta della procedura per arrivare al candidato del centrosinistra.
Deve essere una candidatura unitaria - per Amato - e non
solo di una parte del centrosinistra, che dia l'immagine
di una coalizione unita come accadde nel '96 con l'Ulivo.
Nonostante il fair play dimostrato finora, tra i due concorrenti
sarà una partita dura. Anche ieri Amato ha spiegato di
non voler avere la parte principale a tutti i costi, ma
di aver comunque intenzione di giocare le sue carte fino
in fondo. "Non vorrei che parole oneste venissero equivocate.
Quando dico che non sono una diva - ha spiegato il premier
- sostengo che su un determinato argomento non faccio
una questione personale, ma una questione politica". E
ancora, annunciando la propria intenzione di giocarsela
fino in fondo: "La scelta di una persona non può diventare
una offesa personale per colui che non viene indicato.
Io non faccio le bizze, faccio politica. Poi vedremo quali
saranno gli argomenti politici messi in campo". Intanto
Amato mette in campo l'argomento dei successi del governo
che sta guidando. Sapendo però che il risanamento economico
e le riforme attuate da sole non bastano a vincere le
prossime elezioni. Ci vuole "un messaggio nuovo" che dia
prima di tutto l'impressione della solidità della coalizione.
Poi - attraverso le riforme - risposte alle angosce e
alle incertezze degli italiani che "non possono essere
lasciate al centrodestra" che dimostra, per Amato, una
"corsa ai basic instinct come quando, per esempio, si
scatena contro tutti gli stranieri, senza fare distinzioni,
quando uno di essi è coinvolto in un atto criminale".
Alla sfida di Berlusconi che - polemizza Amato - "dice
agli italiani "vi dò tutti i bonus che volete" potendo
contare sul risanamento costruito dal centrosinistra",
il centrosinistra deve rispondere con una strategia che
soddisfi sia chi chiede più dinamismo che coloro i quali
vogliono una nuova protezione sociale. La flessibilità
per alcuni lavoratori è una minaccia e per altri una opportunità
di migliorare la propria posizione. Quindi occorre "spostare
l'asse delle istituzioni sociali ora orientate verso la
previdenza e non sui servizi alla persona e alla famiglia"
e la formazione e il sapere "devono essere accessibili
a tanti e non a pochi".
Rutelli fa lezione di
politica "Compromesso, arte nobile"
di SEBASTIANO MESSINA
ROMA - Ci volevano l'ombra fresca
di una sacrestìa, le domande impertinenti di cento ragazzi
che chiedono solo un sogno in cui credere e le bandiere
dell'Ulivo rimesse al vento dopo quattro anni, per spingere
Francesco Rutelli a teorizzare "la nobile arte del compromesso".
Forse il sindaco di Roma si è chiesto se fosse proprio
il caso di farlo qui e ora, davanti ai ventenni del Sud
che credono, come tutti i ventenni, nella purezza dell'
utopia e nella limpidezza della politica. Forse ha pensato
per un attimo di citare Lenin e il suo celebre distinguo,
"ci sono compromessi e compromessi". E invece alla fine
ha deciso di spiegare a quei ragazzi che hanno la metà
dei suoi anni che la politica non è fatta solo di ideali
incontaminati, ma spesso cammina sulle gambe pesanti degli
uomini che non la pensano come noi. Dovevano incontrarlo
martedì mattina a Strasburgo, questi cento ventenni ulivisti
imbarcatisi su due pullman capitanati dal coordinatore
dei giovani per l'Ulivo, Nicola Giordano, un ragazzo barese
che sembra un Prodi giovane, con i suoi pullover abbondanti
e la sua furba bonomia. E invece, per colpa dello sciopero
dei camionisti francesi che hanno bloccato in autostrada
anche i loro incolpevoli bus, l'inseguimento è finito
in una parrocchia di piazza del Popolo, Santa Maria del
Popolo, con la benedizione di padre Spinelli che si è
rimboccato le maniche della tonaca grigia e li ha sistemati
tutti tra un dipinto a olio con la crocifissione, un ritratto
di Giovanni Paolo II a carboncino e gli altorilievi in
marmo della vecchia chiesa. Rutelli li aveva invitati
a parlare dell' Europa del futuro, ma tutti - lui per
primo - sapevano che sarebbero andati a parare sull'Italia
del presente. Il diplomatico Nicola lo presenta, cautamente,
come "il nostro possibile candidato premier", ma l'applauso
che rimbomba per i silenziosi corridoi della parrocchia
rivela che Rutelli è l'unico loro candidato. Perché è
più giovane di Amato? Certo. Perché da ragazzo faceva
i sit-in e gli scioperi della fame? Anche. Ma soprattutto
perché - come dice con disarmante efficacia Rosellina,
una ventenne calabrese dal viso pulito, delegata dei giovani
popolari di Cosenza - "per battere Berlusconi noi abbiamo
bisogno di una bella faccia in cui la gente creda, di
una persona distinta che sappia dire le cose come stanno:
dunque il candidato migliore sei tu, Francesco". I giovani
ulivisti, però, vogliono qualcosa di più. Lo dice chiaro
e tondo Giuseppe, che s'è fatto le ossa nella Sinistra
Giovanile di Bari. "Come è possibile - domanda - appassionarsi
per l'Ulivo ascoltando in tv undici leader che dicono
tutto e il contrario di tutto? E come si può costruire
qualcosa di nuovo insieme a Mastella, che ha messo insieme
un partito di persone che pensano solo al proprio interesse
personale? Il candidato premier dell'Ulivo deve avere
il coraggio di dire ai vecchi: il vostro tempo è finito.
Altrimenti non meravigliatevi se i giovani dicono addio
alla politica. Berlusconi mette i manifesti per annunciare
che lui ha un sogno. Ma la sinistra, ce l'ha ancora un
sogno? Io vedo che non riusciamo ad appassionarci per
un cavolo di niente...". Sì, attenti a Mastella, ripete
Giuseppe, che viene da Termini Imerese: "Se vinciamo con
l'Udeur e Rifondazione, il governo Rutelli farà la fine
del governo Prodi, abbattuto dalla prima crisi". E di'
ai segretari di partito di parlare di meno, si scalda
Antonio, diessino di Cosenza: "Quelli parlano su tutto,
anche su argomenti dei quali non hanno mai letto neppure
una pagina di un libro: più tacciono, meglio è". Dobbiamo
riconquistare una nostra identità, invoca Giovanni, calabrese
pure lui: "Oggi il nostro problema è che non abbiamo uno
zoccolo duro: una pietra sulla quale, come diciamo dalle
nostre parti, ci puoi menare con una mazza ma quella non
si scalfisce". Rutelli ascolta, annota, si guarda intorno.
E alla fine risponde, in maniche di camicia. Spiega ai
ragazzi dell'Ulivo che "non stiamo andando verso la nascita
di un nuovo partito, di un nuovo soggetto politico, ma
verso una coalizione". Ripete, come vuole il bon ton di
questo surreale duello invisibile, che il candidato premier
non è stato ancora scelto: "Saranno i partiti a decidere
come e quando". Però poi viene al nodo del compromesso:
ci si può alleare con Mastella? La sua risposta è sì.
"Vedete - dice - a vent' anni le nostre convinzioni ci
sembrano un patrimonio che non può essere neanche scalfito.
Io non dico che dobbiamo rinunciare a cambiare il mondo:
altrimenti, a cosa serve la politica? Però dobbiamo farlo
attraverso l' arte del compromesso e la cultura dell'integrazione.
Ci sono questioni di principio non negoziabili e altre
che è un dovere negoziare, quando si dialoga con alleati
che la pensano diversamente". Poi infila tre esempi: "Nel
partito democratico americano convivono i latifondisti
del Sud e Jesse Jackson. Nel Labour Party britannico trovate
il lord rosso e l'agrario scozzese. In Francia poi c'
è una coalizione plurale...". Insomma, il sogno dell'Ulivo
camminerà sulle gambe di Mastella. "Ci vuole un'enorme
pazienza nel costruire il massimo di convergenza per battere
la destra. A qualcuno Mastella non piace? Allora consentitemi
una domanda: secondo voi, quanti elettori non votano Berlusconi
perché con lui ci sono De Michelis, Cirino Pomicino e
tutta la famiglia Craxi?". Risposta implicita: pochi.
"Gli italiani hanno imparato a scegliere il messaggio
più convincente. E ora noi dobbiamo riuscire a essere
più convincenti di Berlusconi. Solo così possiamo vincere".
I ragazzi lo ascoltano, perplessi: forse ha ragione lui,
pensano, ma ammetterlo è duro. Soprattutto a vent'anni.
Fini all'attacco dell'Ulivo
"Amato e Rutelli come Gianni e Pinotto"
di MICHELE SMARGIASSI
MIRABELLO (Ferrara) - "Delirio di
ex premier". Gianfranco Fini usa il mezzo sorriso, quello
riservato ai contrattacchi velenosi. "Giuliano Amato farnetica,
ma capisco lo stato d'animo. Lo compatisco: con qualcuno
deve pur prendersela. Gli hanno già preferito Rutelli.
Se fosse onesto, dovrebbe prendersela con quelli che dopo
averlo messo lì lo hanno scaricato". Il premier ha accusato
la destra di covare una "cultura fascista" perché preferisce
"combattere le persone e non le idee"; per tutta risposta
il leader della destra del Polo spara a zero sulla persona.
"Lui e Rutelli sarebbero Coppi e Bartali? A me sembrano
Gianni e Pinotto". Ride forte la piazza di Mirabello,
perla nera nella rossa Emilia (qui An prende oltre il
20% dei voti). Diciannovesima "Festa del tricolore" nella
terra ferrarese che ha il merito di aver dato i natali
a Italo Balbo, più precisamente nel minuscolo paesino
che ha il merito di aver dato i natali alla mamma di Fini.
Duemila persone a festeggiare il leader che irride la
sinistra in casa sua: "Qui vicino, a Bologna, i Ds stanno
celebrando la festa di un giornale che non c'è più in
una città che non governano più"; che attacca il governo:
"Ma quale bonus fiscale, hanno fatto un bottino fiscale".
E così l'argomento "cultura fascista" è eluso, liquidato
in un vortice di sarcasmo e orgoglio di "destra vera",
mentre negli stand si vendono gadget nostalgici, spille
a fascio littorio, portachiavi a croce celtica, magliette
"boia chi molla", berrettini "me ne frego", cassette di
musica "Techno-Balilla". Eppure l'affondo di Amato potrebbe
essere il segnale di una svolta: la decisione di rendere
pan per focaccia al Berlusconi che non ha mai smesso di
usare in modo contundente l'aggettivo speculare, "comunista".
Sarebbe la fine delle reciproche legittimazioni, e a rimetterci
sarebbe anche An, non crede presidente? "Quando Amato
dà del fascista al Polo dice una falsità. Quando Berlusconi
dice che al governo ci sono i comunisti dice un'ovvietà.
Se dici a Cossutta "non sei comunista" lui ti querela".
Ma voi non avrete forse i voti di Rauti, che il fascismo
non lo ha certo rinnegato? "Rauti non è nella Casa delle
libertà. Invece fra quindici giorni ci sarà un accordo
fra centro-sinistra e Bertinotti. Accetto scommesse".
E Sergio D'Antoni con chi starà? "L'importante è che non
stia con la sinistra. Non lo può fare. Da tempo ormai,
come leader sindacale, ha attaccato la politica economica
del governo, ha svelato le bugie dei ministri, si è scontrato
con Cofferati sulla flessibilità. Se starà con noi o no
è una scelta sua, è comunque positivo che scenda in campo
contro l'Ulivo". Un alleato imbarazzante, nel Polo, An
ce l'ha già. E' Bossi, il cui solo nome solleva brusii
ostili nella platea "nera". Ma Fini lo cita per difenderlo:
"Bossi ha capito ormai che la rinuncia alla secessione
dev'essere sostanziale e non solo formale. Posso confermare
che nel quesito del referendum sulla devolution ci sarà
scritto chiaro: "volete voi, nell'ambito dell'unità nazionale,
che siano devoluti alle regioni questi poteri?"". Ma è
un comizio, questo di Mirabello; e Fini, che qui ne ha
già pronunciati tredici, numero scaramantico, non scorda
cosa si deve fare ai comizi. Galvanizzare il popolo. Soprattutto
questo popolo di destra del centro-destra un po' disorientato
dall'invadenza di un Berlusconi solo al comando, un po'
spiazzato dalla marea montante dell'opposizione interna
che guarda al vincente Storace. Fini ostenta sicurezza
ad uso interno, "Nessun problema ad affrontare il congresso",
e ad uso esterno, "Solo con la destra si batte la sinistra".
Slogan d'orgoglio, ma almeno qui funziona. Entusiasmo
garantito, piazza in tripudio, questione "fascista" già
dimenticata. Al ristorante, intanto, si brinda. Alla prossima
vittoria? No, alla nascita di una bambina. L'hanno battezzata
Rachele.
Rocco nel carcere della
morte
Trasferito all'alba
a Greensville, dove fu ucciso O'Dell
di GIAMPAOLO CADALANU
JARRATT (Virginia)- Si chiama Prison
Highway: è la strada che Rocco Derek Barnabei ha percorso
ieri mattina all'alba a bordo di un furgone blindato per
arrivare nel braccio della morte di Jarratt. E' qui, nel
Greensville Correctional Center, dove la stanza delle
esecuzioni è già pronta, che Barnabei ora attende l'epilogo
o la salvezza. Quello di ieri mattina potrebbe essere
l'ultimo viaggio del giovane italoamericano che ha davanti
ancora tre giorni di vita se non arriverà una risposta
positiva dal test del Dna, un rinvio dell'esecuzione o
una vittoria legale su uno dei numerosi fronti giudiziari
intentati dai legali. "Il governatore Gilmore ha una maledetta
fretta. Vuole che Derek non parli più" dice sua madre
Jane. Jarratt è la patria della morte giudiziaria e i
seicento residenti, dimenticato il tempo in cui campavano
dal cotone e dalle noccioline, non sono abituati a disprezzare
l'industria che gli dà da mangiare. Il carcere, appena
due miglia fuori dal paese, dà lavoro a novecento persone:
lavoro qualificato ai bianchi, quello di fatica agli afroamericani.
"In questa zona i neri sono ancora meno disposti dei bianchi
a discutere la pena di morte", dice il Washington Post.
Ieri la madre di Rocco e il fratello Craig si sono sottoposti
all'eterna tortura di perquisizioni e umiliazioni per
strappare ancora un incontro, all'ora di pranzo. Erano
andati a Waverly in mattinata, solo per scoprire che Derek
era stato trasferito a Jarratt nelle prime ore del mattino.
La prova del Dna, ordinata in extremis dal governatore,
non è ancora stata fatta. "Se i risultati non arriveranno
in tempo l'esecuzione sarà rinviata" ha precisato il portavoce
del governatore Mark Miner. Ma gli avvocati di Barnabei
hanno contestato il fatto che nessun osservatore indipendente
sarà presente al momento dei test sui frammenti di unghie.
"E' tutto estremamente sospetto" ha dichiarato Linda Goldstein,
uno degli avvocati della difesa. Domani dovrebbe arrivare
la pronuncia della corte federale di Richmond contro lo
Stato della Virginia accusato di aver inquinato le prove.
Il paesaggio della Prison Highway non è una meraviglia.
A destra pini troppo cresciuti per le nostre abitudini.
A sinistra le swamps, una sorta di acquitrini dove tutti
garantiscono che non ci sono animali pericolosi, ma nessuno
ci crede. L'angolo della Virginia dove Barnabei e tanti
altri incontrano il boia è al cento di un fazzoletto d'America
colonizzato dai secondini e ancora offeso per la sconfitta
nella Guerra di secessione. "Qui c'è la Sussex Prison
numero 1. La numero 2 è dall'altra parte dell'incrocio.
No, non il bivio appena passato. Quello porta alla prigione
di Greensville. È facile: pochi chilometri dopo il riformatorio
di Stato, a non più di venti minuti dal Women Correctional
Center", dice l'autista sulla Interstate 95, rallegrandosi
di vivere a Richmond, un'ora e mezza d'auto più a nord.
La bandiera confederata è una dichiarazione di fede sui
paraurti dei giganteschi pickup nelle strade fra Emporia,
Jarratt, Petersburg e Waverly. L'assedio del 1864, a opera
degli odiati yankee, "ha sconvolto la vita dei suoi abitanti",
garantisce la "guida alla visita della Petersburg storica".
Nel museo dedicato a quel capitolo dell'onore, il pezzo
forte è la statua del generale Hill, "uno dei più stimati
dal generale Robert Lee". E la gente sembra, se non orgogliosa,
quanto meno poco disposta a mettere in dubbio il passato
secessionista e il presente carcerario. Il passato è anche
"il cratere", lo scavo realizzato dai traditori nordisti
della Pennsylvania per far esplodere la dinamite sotto
le linee di difesa del Sud e oggi monumento fondamentale
della zona. Il presente è la T-shirt dell'aiuto sceriffo
fermo all'Holiday Inn. "We live so others can die": noi
viviamo, così altri possono morire, recita orgogliosa
la scritta sulla schiena dell' uomo di legge, pochi centimetri
sopra la cintura con distintivo, colt e manette. Un orgoglio
contro il quale anche un collega giornalista, Alessandro
Giannotti, ha sbattuto la faccia: "Lei è italiano, come
mai è qui questi giorni?", gli ha chiesto amichevolmente
il padrone del ristorante di Petersburg, accompagnandolo
al tavolo nella sala vuota. "Beh, seguo il caso Barnabei.
Mi occupo di pena di morte". "Guardi, qui non c'è posto.
Stasera è completo". A Emporia neanche il tassista, costretto
per mestiere ad ascoltare le domande dei curiosi, vuole
discutere. "Forse una condanna a vita andrebbe bene lo
stesso", dice, tanto più che dal 1995 non c'è più la parole,
la libertà condizionale, e quindi è scomparso il rischio
di rivedere gli assassini fuori. Questa "comoda scappatoia
per i delinquenti" era stata cancellata con un tratto
di penna dal predecessore di Jim Gilmore, George Allen,
che oggi corre per il Senato. E la foto dell'avvenimento,
ripubblicata ieri dal Richmond Times Dispatch, mostra
l'ex governatore sorridente con la penna in mano accanto
al suo delfino Gilmore, allora procuratore generale della
Virginia. Gilmore ha avuto un buon esempio: già prima
del suo arrivo l'edilizia carceraria era diventata un
affare importante, e lui ha seguito la tendenza. Non sarà
un caso se oggi negli istituti della Virginia è rinchiuso
un virginiano su duecento, cioè quasi trentamila persone,
il triplo che nel 1982. Un record da fare invidia al Texas
di George Bush Junior, con l'unica differenza che nella
terra del candidato alla presidenza i detenuti non possono
fumare. Qui sì: non per tolleranza, ma perché non si perdano
gli introiti del tabacco, prodotto locale. Con la politica
del pugno di ferro, dicono al Dipartimento di giustizia
dello Stato, i "delinquenti abituali" sono diminuiti,
quanto meno quelli - e a Richmond lo dicono senza ironia
- nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni. Il carcere
non è argomento di conversazione per le adolescenti nere,
prese a combattere con la dieta da una parte e la rassegnazione
della provincia dall'altra. Mike, camionista con i baffi
a manubrio, non mette in discussione la sua immagine di
macho e risponde così: "Se qualcuno ha ucciso dev' essere
ucciso. Lo dice la Bibbia". Ancora più deciso Richard,
l'abito elegante appena sgualcito dal sedile della sua
Cherokee: "In fondo la pena capitale è un regalo che lo
Stato fa ai criminali. Sempre meglio che morire lentamente,
giorno dopo giorno, chiusi in gabbia". Che cosa c'è da
discutere? Niente. L'esecuzione dell'italoamericano è
solo un episodio nella routine del patibolo, business
as usual, per uno Stato contento del suo secondo posto
- dopo il Texas, com'è ovvio - nel record dei giustiziati.
E l'iniezione letale è il giusto trattamento per "uno
del Nord, per di più italiano, che viene qui a spadroneggiare
e poi massacra una delle nostre ragazze", come qualcuno
- racconta Jane Barnabei - ha detto al processo. Prima
dell'apertura della Interstate 95, un'altra piccola fonte
di reddito c'era. Di qui, sulla statale 301, passava il
traffico pesante tra la Florida e New York, e i camionisti
avevano fatto la fortuna di un hotel-ristorante. Ora la
I-95 ha portato via i clienti, l'albergo è coperto dalle
erbacce. E l'avvento dell'iniezione letale ha cancellato
anche l'ultima seccatura, quei fastidiosi abbassamenti
di corrente che facevano calare la luce quando il boia
abbassava la leva della sedia elettrica.

AI GIOVANI DELL’ULIVO
«Per scegliere il candidato
ascoltate la gente»
Rutelli: non bastano
i buoni risultati per battere la destra, bisogna infondere
speranza
di CLAUDIA TERRACINA
ROMA— Francesco Rutelli incontra
i giovani dell’Ulivo e torna a parlare dei tempi e i modi
per la scelta del candidato premier del centrosinistra.
«Certo, saranno i partiti a decidere - ribadisce - ma
credo che non potranno fare a meno di ascoltare il parere
dei cittadini. Insomma, penso che sceglieranno dopo aver
sentito le federazioni, le sezioni, i circoli, avendo
ben chiaro il polso della situazione». Il sindaco di Roma
aggira quindi la "forca caudina" della convention di metà
ottobre, sulla quale già infuria il dibattito. «Chi parteciperà
a quell’assemblea dovrà pur decidere qualcosa», ha ribadito
Amato ad Orvieto. Ma Rutelli dribbla lo scoglio del voto,
che sarebbe oltremodo imbarazzante, qualunque sarà la
scelta, e fa capire che alla convention si arriverà, in
realtà, già con il nome del candidato premier, che si
sarà guadagnato la "nomination" sul campo. E, a giudicare
dal suo attivismo, si capisce quanto si senta in pole
position. Con i giovani ulivisti del Meridione, venuti
a Roma da Strasburgo per incontrarlo, parla di politica
e di programmi, spiegando che «la partita si gioca moltissimo
tra i giovani, che spesso non vanno a votare. «Per vincere
non bastano i buoni risultati dei governi del centrosinistra.
Bisogna sapere infondere nuove speranze per il futuro»,
sostiene, spalleggiato dal presidente di Legambiente Ermete
Realacci, che ricorda al centrosinistra di «puntare su
messaggi chiari e credibili perchè per essere votati non
bastano gli allori del passato». Dai ragazzi arriva la
richiesta di «una coalizione semplificata, basta con 11
o 13 partiti», e lui dice che sì «la frammentazione della
maggioranza è stato il nostro errore più grande dopo quella
grande intuizione che fu l’Ulivo guidato da Romano Prodi»
e annuncia che «si sta lavorando per comporre due, al
massimo tre aggregazioni, per presentarci agli elettori
molto più coesi di adesso». Poi spiega la dinamica della
sua "discesa in campo". «Molti me lo hanno chiesto. Ho
taciuto per molti giorni, poi ho dato la mia disponibilità,
che è una precisa assunzione di responsabilità. Credo
che per battere Berlusconi ci sia bisogno di tutte le
risorse disponibili. E la mia disponibilità ci sarà comunque,
chiunque sia il candidato scelto dalla coalizione». Ma
i ragazzi sembrano già aver gettato dietro le spalle la
contesa tra Rutelli e Amato. «Diciamo subito che tu sei
il candidato», taglia corto Giuseppe, diessino della provincia
di Bari. Il sindaco però frena gli entusiasmi e, diplomaticamente,
fa capire che «il dibattito serve, può essere anzi inteso
come una specie di primarie». E che cos’è questa affermazione
se non un preciso messaggio alla coalizione per far intendere
per chi sta battendo il cuore degli italiani? C’è anche
il tempo per disquisire di etica politica. «Dov’è il confine
tra rigore e compromesso?», chiedono i ragazzi. E Rutelli
risponde citando l’ex governatore dello Stato di New York,
il democratico Mario Cuomo, che perse consapevolmente
le elezioni schierandosi contro la pena di morte. «Il
compromesso - conclude il sindaco - è l’arte della politica
, ma ci sono principi e valori sui quali non si può derogare».
A LAVARONE
E i centristi sfogliano
la Margherita
Ppi, Dini e Udeur: assieme
alle elezioni. Parisi: bene, ma unione non solo di ex
dc
di RENATO PEZZINI
LAVARONE (Trento) - Che sia questione
di vita o di morte, o di semplice calcolo elettorale,
o di qualcos'altro ancora, per adesso non si sa. Ma il
risultato di una mattinata di discussione organizzata
dai popolari del nord a Lavarone, è che dopo anni di sproloqui
sulle "seconde gambe dell'Ulivo", sui trattini, sul "centro
del censtrosinistra", alla fine è arrivato il sì: popolari,
diniani, prodiani e mastelliani dicono ufficialmente di
volersi mettersi insieme per dare più sostanza all'area
centrista dell'Ulivo. Una federazione? Un nuovo partito?
Un nuovo movimento politico? Si vedrà: «L'importante è
fare, e fare in fretta». Al tavolo della gran cerimonia
ci sono Dini, Castagnetti, Parisi e un inviato speciale
di Mastella. Fa gli onori di casa Rosi Bindi, che non
va per il sottile: «Le divisioni fra noi ci hanno danneggiato.
Allora, la gente qui in sala vuole sapere: si fa o non
si fa questa unione?». La risposta è unanime: «Si fa».
E già questa è una novità. Sul quando e sul come, però,
tutti rimangono nel vago. Ripetono soltanto questa formuletta
magica: «Tempi accelerati». Significa, probabilmente,
che entro fino ottobre i gruppi parlamentari di Ppi, Udeur,
Democratici e Rinnovamento si uniranno sotto un solo nome
e un solo simbolo che, se le cose andranno come devono
andare, saranno lo stesso nome e lo stesso simbolo con
cui si presenteranno alle elezioni politiche nella quota
proporzionale con la ragionevole certezza di superare
senza affanni il quorum del 4 per cento. I popolari in
sala si spellano le mani nell'applauso. Sono veneti e
trentini, e già da tempo hanno sperimentato l'unione dei
centristi dell'Ulivo. Con mediocri risultati a Venezia
e dintorni ("Insieme per il Veneto") e con buoni risultati
in Trentino ("Lista Margherita"). Sono convinti che sia
l'unica strada percorribile, e per questo, di fronte ai
"sì" di Dini, Castagnetti, Parisi e Mastella non si premurano
di spaccare il capello in quattro. In realtà, qualche
attenzione ai "distinguo" va posta. Perché ciò che ai
mille metri di Lavarone sembra semplice e inevitabile,
potrebbe tornare a essere complicato nei corridoi dei
palazzi romani. Basta ascoltare Arturo Parisi. Che di
preoccupazioni ne ha più d'una. Per esempio, non vuole
che "l'unione" sia soltanto una sommatoria di sigle a
scopo elettorale: «Perché sennò rifacciamo gli stessi
errori del '96». Gli altri lo tranquillizzano, specie
Castagnetti: «L'alleanza fra noi è il futuro, perchè solo
così possiamo eliminare i sospetti di una egemonia dei
Ds nell'Ulivo». Ma Parisi _e con lui molti democratici_
ha un'altro timore. Quello che l'unione possa essere nelle
intenzioni di qualcuno l'ennesimo tentativo di rifare
la Dc, o comunque quel "grande centro" che in prospettiva
divenga alternativo alla sinistra e rompere quindi l'alleanza
dell'Ulivo. Per questo si dilunga in un peana sull'anima
democratica dei Ds e insiste nel dire che sul "se" e sul
"perché" dell'unione non ci sono problemi, ma che «la
questione da dirimere è quella sul "come"». Non a caso
butta in piccionaia un sasso pesante: «Nessuna preclusione
all'ingresso dello Sdi e dei repubblicani».

Una Margherita anche
a Roma Castagnetti, Udeur, Parisi e Dini «Siamo l’anima
del centrosinistra»
di Renato Rizzo
LAVARONE (Trento) E i quattro smisero
di sfogliare la «Margherita»: al meeting dei Popolari
Castagnetti, Dini, Parisi e Mastella (attraverso le parole
del responsabile Udeur per il Veneto, Fabrizio De Checchi)
suggellano la nascita di un nuovo soggetto politico. Quella
chimerica aggregazione di partiti vagheggiata, in varie
forme, fin da quando Prodi iniziò a parlare della necessità
di una «seconda gamba dell’Ulivo». A far da padrino a
questo battesimo annunciato che dovrà avvenire «il più
presto possibile», è il fantasma dell’incombente chiamata
alle urne con il timore che il Polo eroda le già sparute
doti elettorali del Centro. Ppi, Rinnovamento italiano,
Udeur e Democratici saranno riuniti entro ottobre sotto
un unico simbolo nei gruppi parlamentari in base ad uno
schema che ricalcherebbe, appunto, la Lista Margherita
al governo nella Provincia autonoma di Trento. Dovrebbero
riuscire con ragionevole certezza a superare il quorum
del 4%, anche se, in questo convegno, sotto la regia di
Rosi Bindi, nessuno si limita a considerare l’operazione
come una mera faccenda di contabilità elettorale. Arturo
Parisi la definisce una «cooperazione emulativa con i
Ds», Dini si spinge a considerarla indispensabile per
«tenere la sinistra nei binari del riformismo europeo».
Accordo pieno quindi sulla necessità di questa nuova aggregazione
battezzata prontamente già con il secondo nome di «Lista
Rutelli», come il candidato premier che dovrà esprimere.
Ma l’unanimismo sembra sfrangiarsi sul «come» organizzarla:
Parisi avverte che dovrà sfuggire «alle tentazioni di
conservare le forme del passato e, cioè, di ricostruire
un partito-comunità, di massa». Quasi temendo, anche se
si guarda bene dal dirlo chiaramente, la rinascita di
una nuova Dc. Magari nella forma di un Centro egemone
che, in prospettiva, possa addirittura sganciarsi dall’alleanza
con la sinistra. Così, forse, non è casuale che, in questa
mattina, il braccio destro di Prodi tessa l’elogio degli
ex comunisti, sempre più orientati verso «valori» come
la famiglia ed il mercato. E che sia l’unico a cogliere
la necessità di mantenere «porte aperte, senza preclusioni,
all’eventuale ingresso dello Sdi e dei repubblicani».
Pierluigi Castagnetti, indirettamente, lo rassicura ricordando
che la Dc di De Gasperi e, più tardi, di Moro ha sempre
perseguito la «laicizzazione dello Stato ed il superamento
degli steccati». Ma, soprattutto, chiarisce che questo
nuovo soggetto politico dovrà «essere l’anima del centrosinistra».
Una «presunzione» che si fonda sul lavoro fatto fino ad
ora: «Ricordate Berlusconi quand’era al governo? Ad ogni
disegno di legge che ancora doveva essere approvato, apponeva
in tv il timbro "fatto". Bene, quante cose davvero abbiamo
realizzato noi in questa legislatura e non l’abbiamo strombazzato.
Forse perché siamo pudichi o, forse, perché siamo divisi».
E c’è ancora una battuta per tranquillizzare il «professore»
dei democratici. Riguarda D’Antoni e la sua ipotetica
scesa in campo in appoggio al Polo: è uno dei nostri,
dice in sostanza il segretario dei popolari, «la Cisl
non potrà diventare mai l’ospedale da campo di Berlusconi.
Ve li vedete due-tre milioni di persone che accettano
la riforma delle pensioni senza andare in pellegrinaggio
ad Arcore per protestare?». E se si chiede a Castagnetti
a chi si riferiva quando diceva che all’interno della
minoranza c’è chi spinge perché il Cavaliere non si presenti
come candidato premier alle prossime elezioni, lui risponde:
«Posso solo dire che queste cose non le ho sapute da Emilio
Fede». Scettico di fronte all’ipotesi di un possibile
passo indietro del leader dell’opposizione è Lamberto
Dini: «No, non credo che pensi di ritirarsi. Anche se
è positivo che, per la prima volta, si ponga il problema
del conflitto d’interessi».
Barnabei nel braccio
della morte Trasferito all’alba nel carcere dell’esecuzione
di Andrea di Robilant
WASHINGTON Ieri mattina all’alba Rocco
Derek Barnabei è stato trasferito dal penitenziario di
Waverly al super-carcere di Jarratt, dove i condannati
a morte vengono giustiziati in Virginia. La sua esecuzione
rimane fissata per giovedì alle nove di sera (ora locale).
Ma i legali di Barnabei continuano a nutrire buone speranze
in un rinvio. «Non traggo alcuna conclusione dal trasferimento»,
ci ha detto l’avvocato Seth Tucker. «Continuo ad essere
fiducioso». E’ stato lo stesso Barnabei a far sapere che
lo stavano trasferendo, parlando al telefono con il suo
consulente Tony Di Piazza. La madre Jane e il fratello
Craig si stavano recando al carcere di Waverly per una
visita quando hanno ricevuto una telefonata da Di Piazza
che li informava del trasferimento. «Abbiamo fatto l’inversione
e ci siamo diretti a Jarratt», ha confermato la signora
Barnabei. L’ingranaggio della pena di morte procede dunque
con rigore e precisione, sospinto da un’inerzia che appare
inesorabile. In genere il trasferimento a Jarratt è un
momento-chiave nel macabro rito che precede le esecuzioni
in Virginia. E la vita di Barnabei adesso è davvera appesa
a un filo molto tenue. Ma l’avvocato Tucker insiste che
questa volta ci sono buoni motivi per sperare in un rinvio.
Il governatore James Gilmore ha accettato di fare la prova
del Dna su un frammento di unghia della vittima, Sarah
Wisnovsky. I risultati si avranno tra oggi e domani. La
difesa spera che i periti trovino tracce di Dna che non
appartengano a Barnabei. A nutrire questa speranza è l’idea
che la vittima abbia affondato le unghie nella pelle del
suo aggressore quando venne violentemente stuprata e poi
uccisa la notte del 22 settembre 1992. Ma lo stesso Barnabei
riconosce che ci sono buone possibilità che la perizia
sul frammento di unghia non lo scagioni - che sul frammento
non ci siano le tracce del Dna di qualcun altro - e che
proprio per questo il governatore abbia deciso di procedere
con il test su quel reperto (e solo su quello). Piuttosto,
le speranze della difesa si concentrano su altri sviluppi.
Domani il giudice Spencer, della corte federale a Richmond,
terrà un’udienza per decidere se non è il caso di rinviare
l’esecuzione di Barnabei alla luce degli strani e ancora
inspiegati maneggi delle settimane scorse attorno ai reperti
sigillati in mano al governo della Virginia. «Quella di
domani è un’udienza molto importante», conferma Tucker.
Le buste sigillate con i reperti (il frammento di unghia
e un tampone vaginale) sparirono misteriosamente due settimane
fa e poi ricomparvero altrettanto misteriosamente negli
uffici del Guardasigilli. «Troppe stranezze», dice Tucker.
«Il governatore Gilmore deve dare una spiegazione convincente
di ciò che è successo». In più la difesa ha presentato
ricorso perchè la busta in cui era contenuto il frammento
d’unghia è stata distrutta e all’esame non erano presenti
periti di parte. Ma le speranza di Tucker non si limitano
all’udienza di domani. «Abbiamo fatto ricorso alla Corte
suprema», ricorda l’avvocato, che lavora presso il prestigioso
studio legale Covington & Burling a Washington. «E poi
il governatore Gilmore ha sempre la possibilità di ordinare
un rinvio». La pena di morte è anche un tema politico
molto dibattuto: dopo il regista Robert Altman, pure Susan
Sarandon si è schierata contro George W. Bush, il governatore
del Texas che punta alla Casa Bianca: «Ha le mani sporche
di sangue», ha proclamato l'attrice che ha vinto un Oscar
per «Dead Man Walking», il film abolizionista in cui ha
interpretato la parte di Suor Helen Prejan.

Il capo del governo:
ne ho parlato anche con Prodi, serve qualcuno che rappresenti
tutto il centrosinistra e non solo una parte
«No alla convention
se la scelta è già fatta»
Amato rilancia la sfida
a Rutelli: un patatrac convocare duemila persone senza
potere nella decisione
ORVIETO - Arriva, davanti a un caffè
discetta di Bartali e Coppi ma non sa con chi dei due
campioni identificarsi perché «uno ha vinto di più, ma
l’altro ha vissuto più a lungo». Si siede in prima fila
e ascolta il dibattito in corso all’interno dell’area
liberal dei Ds, gli ultimi sostenitori della sua leadership.
Poi tocca a lui: pochi applausi di incoraggiamento e molta
attenzione dalla platea. Giuliano Amato offre la sua candidatura
e un vero e proprio programma di governo per i prossimi
cinque anni, con tanto di slogan e spiegazioni. Insinua
il dubbio che, forse, «può essere un patatrac convocare
una convention di duemila persone che si aspettano di
avere un ruolo nella decisione del candidato premier e
poi presentargli una scelta già fatta dai partiti e, dunque,
o si trova un percorso giusto e democratico, altrimenti
la convention sarebbe meglio non farla». E, infine, dà
un colpo ben assestato (anche se lui nega) al suo sfidante
Francesco Rutelli (che non cita mai): «Quando dico che
non sono una diva, dico che io non faccio della premiership
una questione personale ma politica. La scelta del candidato
del centrosinistra deve basarsi sulla diversità del messaggio,
sulla contrapposizione con il leader dell’opposizione
e sulle politiche da fare: non è un’offesa personale scegliere
l’uno o l’altro». E lui una scelta politica chiara l’ha
fatta: «Mi sembra una soluzione troppo partitica occuparsi
di mettere insieme tre partiti della sinistra o tre e
mezzo del centro, soltanto perché c’è bisogno di una plastica
facciale per i partiti e non c’è più tempo di fare vere
operazioni politiche. Credo che il candidato premier debba
essere il candidato della coalizione, non di una parte
di essa: penso all’Ulivo del ’96». E non basta, Amato
cita anche quello che è considerato lo sponsor di Rutelli
a difesa della sua tesi: «Ne ho parlato con Romano Prodi:
nell’Ulivo ci fu quella colla che riuscì a tenere insieme
i partiti, che sono quelli che portano i voti, creando
un’immagine unitaria della coalizione. Per questo mi sono
rifiutato di accettare che la mia candidatura fosse condizionata
al mettere insieme un pezzo di coalizione». Quanto alle
sue carte Amato ricorda che lui è da sempre «un socialista
riformista e non ho un passato comunista: ma non ho mai
ripudiato il socialismo e non lo ripudierei per diventare
candidato di alcunché». Ma quando parla di progetto politico,
Amato ha anche da presentare una sua ricetta per combattere
i «basic instincts» del Polo, «perché sappiamo tutti che
un conto è dire che si sa distinguere tra immigrati e
criminali, ma se poi ti scateni al primo atto criminale
di un non italiano, susciti gli istinti degli skinheads».
E allora ecco le risposte della sinistra, come la pensa
Amato, ai problemi del Paese «perché quella della destra
non è la risposta giusta». Primo: «evitare che il risanamento
fatto in questi anni e le tracce di riforma sparse finora
dai governi di centrosinistra» vengano percepiti come
un risultato inferiore a quello promesso. Secondo: spostare
l’asse dello Stato sociale. Non è più adatto alle «insicurezze»
del nuovo mondo del lavoro, tutto basato com’è sulla previdenza:
«Ci vogliono servizi per le donne e le famiglie, perché
per rendere più competitiva la società dobbiamo coinvolgere
tutti, non basta che pochi diventino più competitivi come
pensa la destra». Terzo: «Dobbiamo imparare a non avere
il problema dei cattolico-leninisti nei confronti della
ricchezza, a non detestare il sistema delle stock options
ma, grazie alla formazione, a dare a tutti l’opportunità
di aspirare alla ricchezza».
IL CONFRONTO
I giovani dell’Ulivo
al sindaco «Come controlliamo i Mastella?»
«Spetta ai partiti individuare
la strada per la scelta del nome per Palazzo Chigi»
ROMA - La difficoltà sta nel parlare
da candidato premier senza essere ancora il candidato
premier, rispondere alle domande, alle obiezioni, alle
proposte di questa settantina di giovani dell’Ulivo quasi
tutti del Sud che è venuta a trovarlo, dicendo quel poco
che si può dire senza apparire arroganti, o troppo sicuri.
Ma Francesco Rutelli, per i ragazzi che pretendono la
foto ricordo con lui al centro e le bandiere verdi dell’Ulivo
a fare da cornice, è già il candidato del centrosinistra.
Di Amato non parlano mai, qui nella sacrestia della Chiesa
di Santa Maria del Popolo dove si tiene l’incontro. Piuttosto
vogliono sapere come si terranno a bada «i vecchi personaggi
che hanno distrutto l’Ulivo e che pensano solo ai propri
interessi, tipo Mastella» (Giuseppe, da Bari), chiedono
di prendere esempio da Berlusconi «che dice poche cose
ma semplici, scandite bene e comprensibili» (Rosellina,
da Cosenza), desiderano un’alleanza che «si presenti unita
e che vada oltre i partiti, come l’Ulivo del ’96» (Giuseppe,
da Termini Imerese). Lui, il quasi-candidato, li sta a
sentire per oltre un’ora, prende appunti, annuisce, poi
risponde come può, senza fare promesse o annunci perché,
come non si stanca di ripetere, la competizione con Amato
è ancora in corso ed «è positiva, aiuta il centrosinistra
a ripartire, e sarà fruttuosa perché sia io che Giuliano
abbiamo già detto che, chiunque prevarrà, l’altro si metterà
al servizio della squadra». Certo, una sua idea sul percorso
per arrivare alla scelta Rutelli ce l’ha: «Mi sembra che
i politici, i partiti, stiano già lavorando, sondando
le sezioni, gli iscritti, che a loro volta sondano e ascoltano
l’opinione pubblica». E, dunque, saranno appunto «i partiti,
chi deve», a decidere «il percorso» verso la candidatura,
a dire se l’ultima parola spetti a una convention del
centrosinistra o a un vertice dei segretari. Nel frattempo,
qualche risposta ci vuole. Mastella? Rutelli calma gli
ardori giovanili: «Il compromesso in politica è importante»,
e purché non sia su questioni cruciali - l’esempio è quello
del governatore di New York che fallì la rielezione per
essersi opposto all’introduzione della pena di morte nel
suo Stato - è auspicabile. E poi, in fondo, quanti sono
«gli italiani che non votano Berlusconi solo perché con
lui ci sono De Michelis, Pomicino e tutta la famiglia
Craxi?». È il maggioritario, bellezza, e gli elettori
hanno imparato a votare «chi è meno distante da loro».
Per carità, Rutelli non vuole che i giovani perdano «la
voglia di cambiare il mondo», ma serve giudizio. E servono
nuove parole d’ordine. Insomma «non ci si può ripresentare
agli elettori solo con il bilancio di quello che si è
fatto. Bisogna fissare nuovi traguardi», e rendersi appetibili
e comprensibili con «uno schieramento più semplificato,
che sia in grado di mandare messaggi semplici, quelli
che davvero possono arrivare a tutti quegli italiani che
non dedicano più di tre minuti della loro giornata alla
politica».
Centro-sinistraOggi
i vertici dei partiti della coalizione si incontrano,
ma fisseranno solo i metodi per la scelta Si cerca un
leader: e il programma? Nel serrato confronto estivo tra
Amato e Rutelli si è discusso molto di candidato ideale,
pochissimo dei temi concreti
È stato il "tormentone" di questa
estate, il gioco balneare più seguito e discusso: il "totopremier"
del Centro-sinistra, ovvero la scelta (così come i tempi
e le modalità con cui operarla) del candidato premier
da opporre a Silvio Berlusconi nelle prossime elezioni
politiche. La questione della premiership sarà al centro
del vertice di oggi dei leader dell’Ulivo, che non scioglieranno
ancora le riserve sul nome del candidato, come era stato
previsto a fine luglio, ma discuteranno quando e in che
modo arrivare a una scelta per il momento rinviata almeno
fino alla presentazione della Finanziaria. In gara, tra
alti e bassi, sembrano a questo punto rimasti l’attuale
presidente del Consiglio Giuliano Amato e il sindaco di
Roma, Francesco Rutelli, figura di punta dell’Asinello.
Un dualismo, che, da motivo di debolezza e divisione di
una maggioranza in netta difficoltà, lo stesso Rutelli
ha avuto l’abilità di ribaltare in una nuova opportunità
di rilancio per la coalizione. La forte e indiscussa leadership
del "monolitico" Centro-destra, a fronte di un Centro-sinistra
litigioso e indeciso, diventa così una sorta di dittatura
del "padre padrone" Berlusconi, mentre il dibattito sulla
premiership dell’Ulivo mostrerebbe una coalizione "democratica"
e aperta alla discussione interna. Inoltre, il confronto
Amato-Rutelli avrebbe riacceso il sopito interesse di
gran parte dell’elettorato per la politica e per il futuro
dell’Ulivo. Ci vorrà così almeno ancora un mese, se non
di più, prima di sapere chi sarà chiamato a sfidare Berlusconi.
Al momento le azioni del telegenico Rutelli sembrano in
forte ascesa rispetto a quelle di Amato. Anche la variabile
temporale non appare più così determinante come lo era
fino a poco tempo fa. L’obbligo di dimettersi da sindaco
della capitale entro i primi di novembre per candidarsi
alle prossime politiche potrebbe essere infatti aggirato.
Se si voterà in aprile, come chiede il Centro-destra,
le Camere dovranno essere sciolte con un leggero anticipo,
anullando così l’obbligo di dimissioni per i sindaci 180
giorni prima del termine della legislatura. In ogni caso,
il Centro-sinistra starebbe pensando a una norma che sollevi
i primi cittadini dei Comuni maggiori dalla necessità
di abbandonare la carica. Ad Amato, che non sembra comunque
affatto intenzionato a mollare, la maggioranza garantirebbe
un forte appoggio e un’ultima fase di Governo ricca di
soddisfazioni. E c’è chi, in particolare fra i Democratici,
sostiene una "salamonica" quanto improbabile soluzione
che accontenti entrambi i contendenti: Rutelli premier
e Amato superministro dell’Economia. La possibilità offerta
dunque al Centro-sinistra di non forzare i tempi sulla
scelta del nome del candidato premier presenta così evidenti
vantaggi. Da un lato, il Governo Amato può proseguire
con maggiore serenità nella sua azione, dall’altro la
coalizione può concentrare i suoi sforzi su due fronti:
la definizione delle linee programmatiche, al momento
praticamente inesistenti, come hanno chiesto ultimamente,
fra gli altri, il presidente del Senato Nicola Mancino
e il ministro diessino Cesare Salvi, e l’aggregazione
di un fronte più ampio possibile, che coinvolga e riporti
sotto i rami dell’Ulivo, attraverso accordi elettorali
o politici, il Prc di Fausto Bertinotti e il nuovo Polo
di Antonio Di Pietro. Rutelli sembra qui in netto vantaggio
rispetto ad Amato, la cui candidatura escluderebbe qualsiasi
intesa con l’ex Pm. Anche l’assenza, per ora, di una chiara
linea programmatica, in particolare in politica economica,
può facilitare il compito del sindaco di Roma. Che non
rischia così di esporsi troppo, per mantenere quel margine
di manovra che gli consente di mettere d’accordo le molteplici
anime del Centro-sinistra.
Due o tre cose che devono
dire
Le personalità di Giuliano Amato e
di Francesco Rutelli sono di per sé un programma. La loro
rispettiva biografia politica è assolutamente eloquente.
Professore brillante e colto, persin troppo immaginifico,
Amato è anche un grande lavoratore, esperto nel governare,
sicuramente riformista, forse un po’ troppo vicino al
sindacato Cgil per affrontare alcuni nodi socioeconomici.
Proprio per questo è lecito chiedergli se intende intervenire
sul welfare, versante pensioni, e sulla scuola, versante
formazione e promozione dei professori. È altresì lecito
chiedergli, proprio perché di alcune di quelle politiche
porta la responsabilità come ex-Presidente dell’Antitrust,
se non intenda, da un lato, accelerare le privatizzazioni,
dall’altro introdurre maggiori elementi di competizione
nel sistema socio-economico italiano, cioè liberalizzare
davvero facendo dello Stato un regolatore e non un protagonista
con preferenze e favoriti(smi). Infine, alla luce di alcune
sue dichiarazioni recenti, controverse e controcorrente
(se ci fosse davvero una corrente federalista in Italia)
relative alla evaporazione del potere a livello europeo,
vorremmo sapere se il Presidente del Consiglio Amato si
muoverà verso una prospettiva vigorosamente federalista
dell’Unione Europea sfidando la Gran Bretagna piuttosto
che coccolarla, auspicando simultaneità fra allargamento
dell’Ue e riforma delle istituzioni, proponendo la concentrazione
del potere non "evaporato" in un vero e proprio governo
dell’Europa. Quanto a Rutelli, qualcosa di Unione europea,
in quanto europarlamentare da un anno dovrebbe sapere
e dovrebbe dire. Valgono per lui le stesse domande fatte
ad Amato. E né per lui né per Amato sarebbe accettabile
la scusa che le elezioni italiane si vincono su tematiche
nazionali visto che molte politiche nazionali vengono
decise da Bruxelles. Quale è l’idea di Europa del candidato
Rutelli? Una volta Francesco Rutelli era un Verde, oggi
politicamente e, se posso osare, ideologicamente, che
cosa è? Quali politiche ambientali - grandi opere, variante
di valico, trasporto su gomma o su binari - intende proporre
e quali risparmi energetici vorrà suggerire? La fama recente
di Rutelli, il suo vero trampolino di lancio è stato,
lo dirò provocatoriamente, il governo del Giubileo. Dal
governo di un evento e di una città, per quanto grande
e importante, al governo di una nazione il salto è comunque
grande. Che cosa fa pensare a Rutelli di essere adeguatamente
preparato e quali saranno le sue priorità nell’azione
di governo? Pur tenendo conto delle diverse "anime" della
coalizione di centro-sinistra, una parte cospicua, probabilmente
maggioritaria, dell’elettorato del centro-sinistra è preoccupata
da una sorta di deriva, se non papalina, certamente woytiliana
di entrambi i candidati. Sarebbe possibile sentire qualcosa
di laico pronunciato da loro sia nella rilettura della
storia dell’Italia che nelle politiche pubbliche, ad esempio
in materia di ricerca scientifica e di bioetica? Qualche
indicazione sul come potranno nascere i futuri italiani
(fecondazione eterologa), su come saremo curati (utilizzazione
degli embrioni), su come vorremmo morire (eutanasia),
sarebbe sicuramente interessante per molti italiani. Sono
tematiche controverse? Lo saranno anche in Parlamento
e l’opinione del prossimo Presidente del Consiglio conterà,
eccome. Il punto, poi, è di principio: è l’assunzione
esplicita di impegni e di responsabilità. Qui, non sulla
telegenicità e non su meriti (e demeriti) passati e trascorsi,
si misura la leadership.
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