11 Settembre 2000


Calabria. Governo: stato calamità, individueremo colpevoli


Due roulotte distrutte dal fiume di fango

Roma, 11 Settembre Primi provvedimenti per la tragedia di Soverato. Il Consiglio dei ministri ha deciso lo stato di calamità naturale per la regione Calabria e ha stanziato 30 miliardi. Lo ha annunciato il ministro dell'Interno Enzo Bianco. "L'ordinanza di Protezione civile che stabilisce lo stato di emergenza - ha affermato il ministro Bianco - sarà emanata immediatamente e diverrà operativa nelle prime ore di domani". La situazione non è grave solo nella zona di Soverato, ha aggiunto Bianco, "ma per fortuna non ci sono più comuni isolati". Troveremo i colpevoli In merito alle responsabilità del disastro di Soverato, il presidente del Consiglio Giuliano Amato ha annunciato che il governo individuerà e punirà gli eventuali colpevoli. "Il presidente Amato - sottolinea il comunicato della presidenza del Consiglio - nell'esprimere ai familiari delle vittime il profondo cordoglio suo personale e del governo ed un apprezzamento particolare per gli accompagnatori delle persone disabili, ospiti della struttura, i quali si sono prodigati generosamente nell'opera di soccorso, ha assicurato che verranno individuate le responsabilità di tale disastro". Bordon: regione inadempiente Il ministro per l'Ambiente Willer Bordon ha poi annunciato che, prima del consiglio dei ministri di venerdì si riunirà il comitato dei ministri per la difesa del suolo. Secondo Bordon, l'area di Soverato era stata individuata come "ad alto rischio idrogeologico", per questo il ministero dell'ambiente aveva chiesto alla Calabria, la prima volta il 5 giugno poi il 20 luglio, un'integrazione al piano di risanamento della regione.

Calabria. Alluvione, 12 morti. Procura sequestra documenti

Soverato, 11 Settembre I lavori non si sono fermati neanche per un attimo. Tutta la notte i 400 soccorritori hanno proseguito le ricerche dei dispersi. Secondo le stime ufficiali dei Carabinieri ancora 5 persone mancano all’appello dopo che un torrente ha travolto il camping "Le Giare", a Soverato, in provincia di Catanzaro. Stamane recuperati altri 2 cadaveri, portando così a 12 il bilancio delle vittime. Ma un altro corpo è già stato avvistato nelle acque del mar Jonio. Identificate nove delle persone morte: si tratta di cinque disabili, tre volontari Unitalsi e un turista. Intanto oggi, alle 15, è prevista una riunione straordinaria del Consiglio dei Ministri, nella quale verrà proclamato lo stato di calamità naturale per tutta la Calabria. Sempre per oggi, il direttore dell'agenzia di Protezione Civile, Franco Barberi, ha convocato il Comitato Operativo per le Emergenze. Le polemiche Inevitabili, divampano le polemiche. Il campeggio non doveva stare lì, hanno detto il Ministro dell’Interno, Enzo Bianco, e il responsabile della Protezione civile, Franco Barberi. E proprio per cercare le eventuali responsabilità del disastro la Procura di Catanzaro ha aperto una inchiesta. Il presidente della Regione, Giuseppe Chiaravallotti, ha annunciato che anche la Regione Calabria avvierà una indagine conoscitiva. Scattano i sequestri Proprio l'inchiesta della procura ha gia' portato al sequestro di una vasta documentazione tecnico-amministrativa. Nel comune di Soverato sono stati prelevati documenti relativi alle autorizzazioni rilasciate al titolare del campeggio. Obiettivo degli inquirenti capire come sia stato superato, a livello amministrativo, il problema che "Le Giare" sia all'interno del bacino fluviale del Beltrame. Le indagini sono condotte dal sostituto Sandro Dolce. Il Genio Civile autorizzò il camping "Due anni fa denunciammo il gravissimo rischio legato alla presenza di camping in corrispondenza di tutte le foci di fiumi", ha ricordato il presidente di Legambiente, Ermete Realacci. "Un Sos inascoltato tanto più grave in questo caso - ha accusato Realacci - visto che nel 1990 il Genio Civile di Catanzaro autorizzò l’attività del camping Le Giare dal 15 giugno al 15 settembre di ogni anno". L’allarme meteo era stato lanciato Ieri si è appreso che, nella giornata di domenica, la Protezione civile aveva inviato a tutte le prefetture un allarme per una situazione metereologica critica su diverse regioni meridionali. Particolare attenzione veniva segnalata per la Sicilia orientale e la Calabria centro-meridionale. A rafforzare lo stato di allerta ci sono le previsioni delle quantità di pioggia prevista: "tra i 50 e i 100 millimetri su settori jonici calabresi e siciliani".

 

IL PAESAGGIO VIOLENTATO

di MICHELE SERRA

SOSTIENE Marco Paolini, l' Omero di "Vajont", che l'Italia è un paese montagnoso che ha di sé un'immagine di pianura. E che sarebbe proprio questo l'equivoco identitario più spaesante e rovinoso, tra i tanti indotti da un'industrializzazione ultrarapida e dall'abbandono in massa delle campagne. A parte la cartina geografia (effettivamente, il settanta per cento del territorio italiano è in rilievo), a confermare l'intuizione poetica di Paolini è una serie funesta e impressionante di tragedie tutte scaturite da una sorta di scriteriata e imperterrita rimozione della natura stessa del nostro territorio. Ultima e terribile questa di Calabria, dove un torrente, caricato dagli acquazzoni, è disceso dai monti al litorale per riprendersi il suo antico e naturale alveo, cancellando un campeggio che con altre precarie strutture vacanziere era stato sistemato per l'ennesima volta nell'ennesimo posto sbagliato. Cioè in un posto che era fiume ed è tornato a esserlo, secondo logica. Rende più cruda e dolorosa la tragedia sapere che le vittime erano portatori di handicap, e volontari che li assistevano; e, soprattutto, che questa volta l'allarme era stato dato con largo anticipo (dagli ambientalisti, cassandre troppo spesso sbeffeggiate), che le autorità se ne erano occupate, ma che nulla era poi mutato, e nessuna autorizzazione revocata, ammesso che qualche autorizzazione potesse essere pretesa, in quell'arrangiaticcio "fai da te" che è spesso l' economia meridionale, turistica e non. COSI', l'ormai sdrucita invocazione di rito, "bisogna punire i responsabili", ha questa volta una sua palmare ragion d'essere: qualcuno ha sbagliato perfino ufficialmente, nero su bianco, e dovrà renderne conto. Perfino questo atto di giustizia, però, sarebbe ancora niente di fronte all'impressionante svagatezza con la quale un paese intero convive, da decenni, con il vero e proprio sisma di superficie che lo incrina e lo rode giorno per giorno. Che le colpe delle autorità siano le più gravi, non vi è dubbio. Ma che l'incultura, la sprovvedutezza e l'avidità di massa contribuiscano a innescare le tragedie, è altrettanto indubbio. Con poche eccezioni, in fondo a ciascuna di queste catastrofi, scavata la melma, rimosse le macerie, si viene a sapere di seconde case costruite in favore di valanga, di zone golenali e addirittura di alvei (come a Soverato) abitati abusivamente o addirittura legalmente, di acque che ci si dimentica di far scolare e infine precipitano come bombe, di argini mal sorvegliati, di fossi intasati, di fiumi ingolfati di detriti oppure depredati dai cavatori. A ciascuna di queste inadempienze, o di queste stolte predazioni, corrisponde probabilmente un'autorità distratta o connivente. Ma corrisponde anche la rimozione collettiva di regole, di memorie, di saperi che dovrebbero, in un paese come l'Italia, essere fisiologici. E se non lo sono più, significa che davvero lo spaesamento è stato micidiale, e che dalla bruciante modernizzazione italiana è scaturita soprattutto fretta predatoria e non altrettanto talento tecnologico. E' presumibile che la tecnologia, la stessa tecnologia che ha liberato i contadini dalla vanga, saprebbe meglio della vanga regolare il corso delle acque, risanare i crinali, rimboschire dove serve. Eppure, in molte zone di collina e di montagna, il segno sapiente e arcaico della vanga, della manutenzione manuale e quotidiana del territorio, è a tutt'oggi l'ultima traccia della previdenza umana, e ancora non ha trovato, incredibilmente, un surrogato degno e autorevole. Probabilmente perché, nello stravagante rendiconto del nostro fare e disfare, si punta sempre su ciò che rende quattrini a breve, ignorando che molto del lavoro, in una collettività sana e previdente, dev'essere destinato al futuro. Altrimenti ci si chiederebbe se costa di più riparare i danni delle catastrofi (alcuni irrisarcibili, come le vite umane) oppure cercare di evitarle, giorno per giorno. Se non tutte, almeno la maggioranza. Anzi, ce lo si è già chiesto: dopo ogni catastrofe. E ci si è sempre risposto che sì, converrebbe, e di molto, provvedere alla manutenzione ordinaria, e far rispettare le misure di sicurezza, piuttosto che riempire di miliardi e di lacrime di coccodrillo le voragini aperte. Eppure nessuna seria campagna politica o progetto governativo, né di destra né di sinistra, ha mai dato l'impressione di cogliere davvero l'enorme importanza economica e culturale di un'opera di risanamento, di recupero, di sorveglianza che sarebbe, poi, la sola e vera Grande Opera urgentissima, qui da noi. E per unanime ammissione. La parola "territorio", poi, è stata nominata così invano, e così a raffica, da diventare uno dei più tipici e astratti termini politichesi: come se territorio non volesse poi dire, concretamente, il terreno sul quale poggiamo i piedi, abitiamo, lavoriamo, viaggiamo. Si conta, adesso, di stabilire in fretta chi ha avuto colpa di quanto è accaduto: e considerando l'impunità che ha offeso altre vittime, in altri casi, fare giustizia sarebbe già qualcosa di nuovo. Ma non se verrà mai fuori, da questo fango, finché davvero non sarà riaperto, anche nel profondo del sentire sociale, il capitolo della nostra geografia, del nostro rapporto perduto con la terra anzi il terreno, della percezione che abbiamo del nostro abitare, del nostro paesaggio, di noi stessi. Perché sono nella terra, poi, anche i computer della new-economy, e non c'è occupazione virtuale, attività finanziaria, connessione celestiale che non abbia poi le sue basi fisiche sopra la pelle viva del pezzo di pianeta che ci tocca. Finché un paese di montagna continuerà a pensarsi e programmarsi come un paese di pianura, l'acqua dei fiumi continuerà a caderci addosso a tradimento. La montagna non è il nostro pittoresco, non il nostro passato, non il nostro svago. E' il settanta per cento dell'Italia, lo è sempre stato e lo sarà ancora per qualche era geologica. Viviamo in pendenza. Prima ce ne rendiamo conto, meglio è.

Nasce il centro Margherita

Il sì dell'Asinello. Frenata su D'Antoni: vicepremier? Si vedrà

di BARBARA JERKOV

LAVARONE - Popolari e Udeur vorrebbero chiamarlo "Centro per l'Italia" o comunque qualcosa che richiami l'identità nazionale. Letta vedrebbe bene "Margherita" tout court, mentre Parisi, l'ideatore cinque anni fa del marchio "Ulivo", preferirebbe un nome nuovo di zecca, "ma non è questo il problema". Insomma, i centristi del centrosinistra - Ppi, Democratici, Udeur e Rinnovamento italiano - si preparano a passare alla fase due del progetto di aggregazione dei "riformisti dell'area centrale dell' Ulivo". Un'aggregazione (federazione o partito unico, si vedrà) affiancata ai Ds in una, per dirla con Castagnetti, "cooperazione emulativa". Ieri, al tradizionale appuntamento dei popolari veneti a Lavarone, è arrivata anche l'ultima adesione che mancava, quella dei Democratici. "Volete sapere da me se il cantiere aperto al nord con la lista Margherita può essere un modello per tutto il paese?", esordisce Parisi dal palco, accanto a Castagnetti e Dini (Mastella, trattenuto a Telese, non c'è, ma ha mandato il coordinatore dell'Udeur del nord, De Checchi, con "mandato pieno"). "La mia risposta, evito inutili suspense, è sì", annuncia, scatenando un battimani fragoroso e strappando a Rosi Bindi, nelle vesti di padrona di casa, un sorrisone da qui a lì. "Abbiamo deciso di fare un nuovo soggetto", rilancia Castagnetti, "decliniamolo in termini espliciti e senza ambiguità, visto che soprattutto a noi toccherà l'onere di una campagna elettorale contro un Polo che su di noi ha già aperto il fuoco". A tutti è chiaro che non c'è tempo da perdere, con quello sbarramento del 4% che, se ognuno resta per conto proprio, nel 2001 di centristi rischia di lasciarne a casa un bel po'. Da subito, potrebbero essere istituiti pre-vertici per concordare una linea comune da portare agli incontri di coalizione, con la nomina di un portavoce unico a rotazione. La prima uscita pubblica sarà molto probabilmente una manifestazione pubblica, ai primi di ottobre, prima ancora della investitura del candidato premier. Un candidato che, da queste parti nessuno ha dubbi, sarà Rutelli. O meglio: la parola d'ordine, su questo come su uneventuale vicepremierato per D'Antoni, resta "non precipitiamo le cose, c'è tempo..." (soprattutto sul leader della Cisl c'è parecchia freddezza: "Il centrosinistra offre anche molte altre personalità di alto livello", fa notare Dini). Ma è proprio Rutelli il perno attorno al quale il processo di riunificazione della galassia centrista si è messo in moto. "Le due questioni sono distinte, ma naturalmente collegate", riconosce Parisi, rispondendo a popolari e Mastella i quali chiedono che l'aggregazione dei centristi preceda la scelta del candidato premier. "Rutelli è anche il leader naturale di questo nuovo soggetto", continua il professore, "con lui non c'è il rischio di dar vita a una formazione confessionale, riferita al Ppe". Insomma, non c'è il rischio che si vada a rifare la Dc. E proprio per questo l'Asinello insiste nel chiedere che l'aggregazione tenga sempre le "porte aperte" per nuovi soci, che siano lo Sdi o i Verdi o forze della "società civile". Il modello dichiarato è lo schema della margherita realizzato qui nel Nordest da Cacciari con la sua lista "Insieme per il Veneto". In luglio, quando Ppi, Udeur e Ri avevano costituito la Federazione di centro, i Democratici si erano tenuti fuori fra mille polemiche. Adesso di nuovo c'è Rutelli, appunto. Ma - ricorda Parisi - nel frattempo c'è stato anche il nuovo patto per l'Ulivo, fatto questo che sgombra il campo da possibili velleità terzopoliste degli altri centristi. Tutti d' accordo anche che l'aggregazione non deve essere un mero cartello elettorale, ma un vero e proprio soggetto politico. Di certo, però, al momento c'è solo l'approdo a una lista unica alle politiche (una lista che secondo Mastella "potrebbe valere sopra il 10%"). Di scioglimento dei quattro partiti al momento non parla nessuno. O meglio, Parisi è il solo a dirsi pronto a partire anche subito, precisando però che intanto il via libera vale per il Nord, dove il modello margherita è già decollato. Per il piano nazionale poi si vede, "si tratta di capire bene il come".

 

Amato, appello all'unità "Un candidato non di parte"

"La convention non serva solo a ratificare"

di GIANLUCA LUZI

ROMA - A spada tratta contro la destra "dei basic instinct", Giuliano Amato affronta il problema non ancora risolto dal centrosinistra di come si dovrà scegliere tra l'attuale presidente del consiglio e lo sfidante Rutelli. Sempre più deciso a rimanere in corsa per la scelta del candidato, Amato solleva una perplessità sulla procedura che appare al momento più accreditata tra i leader del centrosinistra: la convention che ratifichi una scelta presa dai sette segretari. Ad Amato questa ipotesi non va: "Ci vuole una procedura più larga possibile - ha detto infatti ieri il capo del governo intervenendo a un convegno dei liberal ds -. Una grande assemblea convocata per comunicare la decisione dei sette segretari diventerebbe un patatrac perchè nella democrazia contemporanea quando si attivano molte persone queste si attendono di poter partecipare alle decisioni". Quindi - considerando che la strada delle primarie non sembra percorribile e che i segretari del centrosinistra sono addirittura otto e quindi metterli d'accordo è ancora più complicato che se fossero sette come detto da Amato - si complica la scelta della procedura per arrivare al candidato del centrosinistra. Deve essere una candidatura unitaria - per Amato - e non solo di una parte del centrosinistra, che dia l'immagine di una coalizione unita come accadde nel '96 con l'Ulivo. Nonostante il fair play dimostrato finora, tra i due concorrenti sarà una partita dura. Anche ieri Amato ha spiegato di non voler avere la parte principale a tutti i costi, ma di aver comunque intenzione di giocare le sue carte fino in fondo. "Non vorrei che parole oneste venissero equivocate. Quando dico che non sono una diva - ha spiegato il premier - sostengo che su un determinato argomento non faccio una questione personale, ma una questione politica". E ancora, annunciando la propria intenzione di giocarsela fino in fondo: "La scelta di una persona non può diventare una offesa personale per colui che non viene indicato. Io non faccio le bizze, faccio politica. Poi vedremo quali saranno gli argomenti politici messi in campo". Intanto Amato mette in campo l'argomento dei successi del governo che sta guidando. Sapendo però che il risanamento economico e le riforme attuate da sole non bastano a vincere le prossime elezioni. Ci vuole "un messaggio nuovo" che dia prima di tutto l'impressione della solidità della coalizione. Poi - attraverso le riforme - risposte alle angosce e alle incertezze degli italiani che "non possono essere lasciate al centrodestra" che dimostra, per Amato, una "corsa ai basic instinct come quando, per esempio, si scatena contro tutti gli stranieri, senza fare distinzioni, quando uno di essi è coinvolto in un atto criminale". Alla sfida di Berlusconi che - polemizza Amato - "dice agli italiani "vi dò tutti i bonus che volete" potendo contare sul risanamento costruito dal centrosinistra", il centrosinistra deve rispondere con una strategia che soddisfi sia chi chiede più dinamismo che coloro i quali vogliono una nuova protezione sociale. La flessibilità per alcuni lavoratori è una minaccia e per altri una opportunità di migliorare la propria posizione. Quindi occorre "spostare l'asse delle istituzioni sociali ora orientate verso la previdenza e non sui servizi alla persona e alla famiglia" e la formazione e il sapere "devono essere accessibili a tanti e non a pochi".

 

Rutelli fa lezione di politica "Compromesso, arte nobile"

di SEBASTIANO MESSINA

ROMA - Ci volevano l'ombra fresca di una sacrestìa, le domande impertinenti di cento ragazzi che chiedono solo un sogno in cui credere e le bandiere dell'Ulivo rimesse al vento dopo quattro anni, per spingere Francesco Rutelli a teorizzare "la nobile arte del compromesso". Forse il sindaco di Roma si è chiesto se fosse proprio il caso di farlo qui e ora, davanti ai ventenni del Sud che credono, come tutti i ventenni, nella purezza dell' utopia e nella limpidezza della politica. Forse ha pensato per un attimo di citare Lenin e il suo celebre distinguo, "ci sono compromessi e compromessi". E invece alla fine ha deciso di spiegare a quei ragazzi che hanno la metà dei suoi anni che la politica non è fatta solo di ideali incontaminati, ma spesso cammina sulle gambe pesanti degli uomini che non la pensano come noi. Dovevano incontrarlo martedì mattina a Strasburgo, questi cento ventenni ulivisti imbarcatisi su due pullman capitanati dal coordinatore dei giovani per l'Ulivo, Nicola Giordano, un ragazzo barese che sembra un Prodi giovane, con i suoi pullover abbondanti e la sua furba bonomia. E invece, per colpa dello sciopero dei camionisti francesi che hanno bloccato in autostrada anche i loro incolpevoli bus, l'inseguimento è finito in una parrocchia di piazza del Popolo, Santa Maria del Popolo, con la benedizione di padre Spinelli che si è rimboccato le maniche della tonaca grigia e li ha sistemati tutti tra un dipinto a olio con la crocifissione, un ritratto di Giovanni Paolo II a carboncino e gli altorilievi in marmo della vecchia chiesa. Rutelli li aveva invitati a parlare dell' Europa del futuro, ma tutti - lui per primo - sapevano che sarebbero andati a parare sull'Italia del presente. Il diplomatico Nicola lo presenta, cautamente, come "il nostro possibile candidato premier", ma l'applauso che rimbomba per i silenziosi corridoi della parrocchia rivela che Rutelli è l'unico loro candidato. Perché è più giovane di Amato? Certo. Perché da ragazzo faceva i sit-in e gli scioperi della fame? Anche. Ma soprattutto perché - come dice con disarmante efficacia Rosellina, una ventenne calabrese dal viso pulito, delegata dei giovani popolari di Cosenza - "per battere Berlusconi noi abbiamo bisogno di una bella faccia in cui la gente creda, di una persona distinta che sappia dire le cose come stanno: dunque il candidato migliore sei tu, Francesco". I giovani ulivisti, però, vogliono qualcosa di più. Lo dice chiaro e tondo Giuseppe, che s'è fatto le ossa nella Sinistra Giovanile di Bari. "Come è possibile - domanda - appassionarsi per l'Ulivo ascoltando in tv undici leader che dicono tutto e il contrario di tutto? E come si può costruire qualcosa di nuovo insieme a Mastella, che ha messo insieme un partito di persone che pensano solo al proprio interesse personale? Il candidato premier dell'Ulivo deve avere il coraggio di dire ai vecchi: il vostro tempo è finito. Altrimenti non meravigliatevi se i giovani dicono addio alla politica. Berlusconi mette i manifesti per annunciare che lui ha un sogno. Ma la sinistra, ce l'ha ancora un sogno? Io vedo che non riusciamo ad appassionarci per un cavolo di niente...". Sì, attenti a Mastella, ripete Giuseppe, che viene da Termini Imerese: "Se vinciamo con l'Udeur e Rifondazione, il governo Rutelli farà la fine del governo Prodi, abbattuto dalla prima crisi". E di' ai segretari di partito di parlare di meno, si scalda Antonio, diessino di Cosenza: "Quelli parlano su tutto, anche su argomenti dei quali non hanno mai letto neppure una pagina di un libro: più tacciono, meglio è". Dobbiamo riconquistare una nostra identità, invoca Giovanni, calabrese pure lui: "Oggi il nostro problema è che non abbiamo uno zoccolo duro: una pietra sulla quale, come diciamo dalle nostre parti, ci puoi menare con una mazza ma quella non si scalfisce". Rutelli ascolta, annota, si guarda intorno. E alla fine risponde, in maniche di camicia. Spiega ai ragazzi dell'Ulivo che "non stiamo andando verso la nascita di un nuovo partito, di un nuovo soggetto politico, ma verso una coalizione". Ripete, come vuole il bon ton di questo surreale duello invisibile, che il candidato premier non è stato ancora scelto: "Saranno i partiti a decidere come e quando". Però poi viene al nodo del compromesso: ci si può alleare con Mastella? La sua risposta è sì. "Vedete - dice - a vent' anni le nostre convinzioni ci sembrano un patrimonio che non può essere neanche scalfito. Io non dico che dobbiamo rinunciare a cambiare il mondo: altrimenti, a cosa serve la politica? Però dobbiamo farlo attraverso l' arte del compromesso e la cultura dell'integrazione. Ci sono questioni di principio non negoziabili e altre che è un dovere negoziare, quando si dialoga con alleati che la pensano diversamente". Poi infila tre esempi: "Nel partito democratico americano convivono i latifondisti del Sud e Jesse Jackson. Nel Labour Party britannico trovate il lord rosso e l'agrario scozzese. In Francia poi c' è una coalizione plurale...". Insomma, il sogno dell'Ulivo camminerà sulle gambe di Mastella. "Ci vuole un'enorme pazienza nel costruire il massimo di convergenza per battere la destra. A qualcuno Mastella non piace? Allora consentitemi una domanda: secondo voi, quanti elettori non votano Berlusconi perché con lui ci sono De Michelis, Cirino Pomicino e tutta la famiglia Craxi?". Risposta implicita: pochi. "Gli italiani hanno imparato a scegliere il messaggio più convincente. E ora noi dobbiamo riuscire a essere più convincenti di Berlusconi. Solo così possiamo vincere". I ragazzi lo ascoltano, perplessi: forse ha ragione lui, pensano, ma ammetterlo è duro. Soprattutto a vent'anni.

 

Fini all'attacco dell'Ulivo "Amato e Rutelli come Gianni e Pinotto"

di MICHELE SMARGIASSI

MIRABELLO (Ferrara) - "Delirio di ex premier". Gianfranco Fini usa il mezzo sorriso, quello riservato ai contrattacchi velenosi. "Giuliano Amato farnetica, ma capisco lo stato d'animo. Lo compatisco: con qualcuno deve pur prendersela. Gli hanno già preferito Rutelli. Se fosse onesto, dovrebbe prendersela con quelli che dopo averlo messo lì lo hanno scaricato". Il premier ha accusato la destra di covare una "cultura fascista" perché preferisce "combattere le persone e non le idee"; per tutta risposta il leader della destra del Polo spara a zero sulla persona. "Lui e Rutelli sarebbero Coppi e Bartali? A me sembrano Gianni e Pinotto". Ride forte la piazza di Mirabello, perla nera nella rossa Emilia (qui An prende oltre il 20% dei voti). Diciannovesima "Festa del tricolore" nella terra ferrarese che ha il merito di aver dato i natali a Italo Balbo, più precisamente nel minuscolo paesino che ha il merito di aver dato i natali alla mamma di Fini. Duemila persone a festeggiare il leader che irride la sinistra in casa sua: "Qui vicino, a Bologna, i Ds stanno celebrando la festa di un giornale che non c'è più in una città che non governano più"; che attacca il governo: "Ma quale bonus fiscale, hanno fatto un bottino fiscale". E così l'argomento "cultura fascista" è eluso, liquidato in un vortice di sarcasmo e orgoglio di "destra vera", mentre negli stand si vendono gadget nostalgici, spille a fascio littorio, portachiavi a croce celtica, magliette "boia chi molla", berrettini "me ne frego", cassette di musica "Techno-Balilla". Eppure l'affondo di Amato potrebbe essere il segnale di una svolta: la decisione di rendere pan per focaccia al Berlusconi che non ha mai smesso di usare in modo contundente l'aggettivo speculare, "comunista". Sarebbe la fine delle reciproche legittimazioni, e a rimetterci sarebbe anche An, non crede presidente? "Quando Amato dà del fascista al Polo dice una falsità. Quando Berlusconi dice che al governo ci sono i comunisti dice un'ovvietà. Se dici a Cossutta "non sei comunista" lui ti querela". Ma voi non avrete forse i voti di Rauti, che il fascismo non lo ha certo rinnegato? "Rauti non è nella Casa delle libertà. Invece fra quindici giorni ci sarà un accordo fra centro-sinistra e Bertinotti. Accetto scommesse". E Sergio D'Antoni con chi starà? "L'importante è che non stia con la sinistra. Non lo può fare. Da tempo ormai, come leader sindacale, ha attaccato la politica economica del governo, ha svelato le bugie dei ministri, si è scontrato con Cofferati sulla flessibilità. Se starà con noi o no è una scelta sua, è comunque positivo che scenda in campo contro l'Ulivo". Un alleato imbarazzante, nel Polo, An ce l'ha già. E' Bossi, il cui solo nome solleva brusii ostili nella platea "nera". Ma Fini lo cita per difenderlo: "Bossi ha capito ormai che la rinuncia alla secessione dev'essere sostanziale e non solo formale. Posso confermare che nel quesito del referendum sulla devolution ci sarà scritto chiaro: "volete voi, nell'ambito dell'unità nazionale, che siano devoluti alle regioni questi poteri?"". Ma è un comizio, questo di Mirabello; e Fini, che qui ne ha già pronunciati tredici, numero scaramantico, non scorda cosa si deve fare ai comizi. Galvanizzare il popolo. Soprattutto questo popolo di destra del centro-destra un po' disorientato dall'invadenza di un Berlusconi solo al comando, un po' spiazzato dalla marea montante dell'opposizione interna che guarda al vincente Storace. Fini ostenta sicurezza ad uso interno, "Nessun problema ad affrontare il congresso", e ad uso esterno, "Solo con la destra si batte la sinistra". Slogan d'orgoglio, ma almeno qui funziona. Entusiasmo garantito, piazza in tripudio, questione "fascista" già dimenticata. Al ristorante, intanto, si brinda. Alla prossima vittoria? No, alla nascita di una bambina. L'hanno battezzata Rachele.

 

Rocco nel carcere della morte

Trasferito all'alba a Greensville, dove fu ucciso O'Dell

di GIAMPAOLO CADALANU

JARRATT (Virginia)- Si chiama Prison Highway: è la strada che Rocco Derek Barnabei ha percorso ieri mattina all'alba a bordo di un furgone blindato per arrivare nel braccio della morte di Jarratt. E' qui, nel Greensville Correctional Center, dove la stanza delle esecuzioni è già pronta, che Barnabei ora attende l'epilogo o la salvezza. Quello di ieri mattina potrebbe essere l'ultimo viaggio del giovane italoamericano che ha davanti ancora tre giorni di vita se non arriverà una risposta positiva dal test del Dna, un rinvio dell'esecuzione o una vittoria legale su uno dei numerosi fronti giudiziari intentati dai legali. "Il governatore Gilmore ha una maledetta fretta. Vuole che Derek non parli più" dice sua madre Jane. Jarratt è la patria della morte giudiziaria e i seicento residenti, dimenticato il tempo in cui campavano dal cotone e dalle noccioline, non sono abituati a disprezzare l'industria che gli dà da mangiare. Il carcere, appena due miglia fuori dal paese, dà lavoro a novecento persone: lavoro qualificato ai bianchi, quello di fatica agli afroamericani. "In questa zona i neri sono ancora meno disposti dei bianchi a discutere la pena di morte", dice il Washington Post. Ieri la madre di Rocco e il fratello Craig si sono sottoposti all'eterna tortura di perquisizioni e umiliazioni per strappare ancora un incontro, all'ora di pranzo. Erano andati a Waverly in mattinata, solo per scoprire che Derek era stato trasferito a Jarratt nelle prime ore del mattino. La prova del Dna, ordinata in extremis dal governatore, non è ancora stata fatta. "Se i risultati non arriveranno in tempo l'esecuzione sarà rinviata" ha precisato il portavoce del governatore Mark Miner. Ma gli avvocati di Barnabei hanno contestato il fatto che nessun osservatore indipendente sarà presente al momento dei test sui frammenti di unghie. "E' tutto estremamente sospetto" ha dichiarato Linda Goldstein, uno degli avvocati della difesa. Domani dovrebbe arrivare la pronuncia della corte federale di Richmond contro lo Stato della Virginia accusato di aver inquinato le prove. Il paesaggio della Prison Highway non è una meraviglia. A destra pini troppo cresciuti per le nostre abitudini. A sinistra le swamps, una sorta di acquitrini dove tutti garantiscono che non ci sono animali pericolosi, ma nessuno ci crede. L'angolo della Virginia dove Barnabei e tanti altri incontrano il boia è al cento di un fazzoletto d'America colonizzato dai secondini e ancora offeso per la sconfitta nella Guerra di secessione. "Qui c'è la Sussex Prison numero 1. La numero 2 è dall'altra parte dell'incrocio. No, non il bivio appena passato. Quello porta alla prigione di Greensville. È facile: pochi chilometri dopo il riformatorio di Stato, a non più di venti minuti dal Women Correctional Center", dice l'autista sulla Interstate 95, rallegrandosi di vivere a Richmond, un'ora e mezza d'auto più a nord. La bandiera confederata è una dichiarazione di fede sui paraurti dei giganteschi pickup nelle strade fra Emporia, Jarratt, Petersburg e Waverly. L'assedio del 1864, a opera degli odiati yankee, "ha sconvolto la vita dei suoi abitanti", garantisce la "guida alla visita della Petersburg storica". Nel museo dedicato a quel capitolo dell'onore, il pezzo forte è la statua del generale Hill, "uno dei più stimati dal generale Robert Lee". E la gente sembra, se non orgogliosa, quanto meno poco disposta a mettere in dubbio il passato secessionista e il presente carcerario. Il passato è anche "il cratere", lo scavo realizzato dai traditori nordisti della Pennsylvania per far esplodere la dinamite sotto le linee di difesa del Sud e oggi monumento fondamentale della zona. Il presente è la T-shirt dell'aiuto sceriffo fermo all'Holiday Inn. "We live so others can die": noi viviamo, così altri possono morire, recita orgogliosa la scritta sulla schiena dell' uomo di legge, pochi centimetri sopra la cintura con distintivo, colt e manette. Un orgoglio contro il quale anche un collega giornalista, Alessandro Giannotti, ha sbattuto la faccia: "Lei è italiano, come mai è qui questi giorni?", gli ha chiesto amichevolmente il padrone del ristorante di Petersburg, accompagnandolo al tavolo nella sala vuota. "Beh, seguo il caso Barnabei. Mi occupo di pena di morte". "Guardi, qui non c'è posto. Stasera è completo". A Emporia neanche il tassista, costretto per mestiere ad ascoltare le domande dei curiosi, vuole discutere. "Forse una condanna a vita andrebbe bene lo stesso", dice, tanto più che dal 1995 non c'è più la parole, la libertà condizionale, e quindi è scomparso il rischio di rivedere gli assassini fuori. Questa "comoda scappatoia per i delinquenti" era stata cancellata con un tratto di penna dal predecessore di Jim Gilmore, George Allen, che oggi corre per il Senato. E la foto dell'avvenimento, ripubblicata ieri dal Richmond Times Dispatch, mostra l'ex governatore sorridente con la penna in mano accanto al suo delfino Gilmore, allora procuratore generale della Virginia. Gilmore ha avuto un buon esempio: già prima del suo arrivo l'edilizia carceraria era diventata un affare importante, e lui ha seguito la tendenza. Non sarà un caso se oggi negli istituti della Virginia è rinchiuso un virginiano su duecento, cioè quasi trentamila persone, il triplo che nel 1982. Un record da fare invidia al Texas di George Bush Junior, con l'unica differenza che nella terra del candidato alla presidenza i detenuti non possono fumare. Qui sì: non per tolleranza, ma perché non si perdano gli introiti del tabacco, prodotto locale. Con la politica del pugno di ferro, dicono al Dipartimento di giustizia dello Stato, i "delinquenti abituali" sono diminuiti, quanto meno quelli - e a Richmond lo dicono senza ironia - nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni. Il carcere non è argomento di conversazione per le adolescenti nere, prese a combattere con la dieta da una parte e la rassegnazione della provincia dall'altra. Mike, camionista con i baffi a manubrio, non mette in discussione la sua immagine di macho e risponde così: "Se qualcuno ha ucciso dev' essere ucciso. Lo dice la Bibbia". Ancora più deciso Richard, l'abito elegante appena sgualcito dal sedile della sua Cherokee: "In fondo la pena capitale è un regalo che lo Stato fa ai criminali. Sempre meglio che morire lentamente, giorno dopo giorno, chiusi in gabbia". Che cosa c'è da discutere? Niente. L'esecuzione dell'italoamericano è solo un episodio nella routine del patibolo, business as usual, per uno Stato contento del suo secondo posto - dopo il Texas, com'è ovvio - nel record dei giustiziati. E l'iniezione letale è il giusto trattamento per "uno del Nord, per di più italiano, che viene qui a spadroneggiare e poi massacra una delle nostre ragazze", come qualcuno - racconta Jane Barnabei - ha detto al processo. Prima dell'apertura della Interstate 95, un'altra piccola fonte di reddito c'era. Di qui, sulla statale 301, passava il traffico pesante tra la Florida e New York, e i camionisti avevano fatto la fortuna di un hotel-ristorante. Ora la I-95 ha portato via i clienti, l'albergo è coperto dalle erbacce. E l'avvento dell'iniezione letale ha cancellato anche l'ultima seccatura, quei fastidiosi abbassamenti di corrente che facevano calare la luce quando il boia abbassava la leva della sedia elettrica.

 

AI GIOVANI DELL’ULIVO

«Per scegliere il candidato ascoltate la gente»

Rutelli: non bastano i buoni risultati per battere la destra, bisogna infondere speranza

di CLAUDIA TERRACINA

ROMA— Francesco Rutelli incontra i giovani dell’Ulivo e torna a parlare dei tempi e i modi per la scelta del candidato premier del centrosinistra. «Certo, saranno i partiti a decidere - ribadisce - ma credo che non potranno fare a meno di ascoltare il parere dei cittadini. Insomma, penso che sceglieranno dopo aver sentito le federazioni, le sezioni, i circoli, avendo ben chiaro il polso della situazione». Il sindaco di Roma aggira quindi la "forca caudina" della convention di metà ottobre, sulla quale già infuria il dibattito. «Chi parteciperà a quell’assemblea dovrà pur decidere qualcosa», ha ribadito Amato ad Orvieto. Ma Rutelli dribbla lo scoglio del voto, che sarebbe oltremodo imbarazzante, qualunque sarà la scelta, e fa capire che alla convention si arriverà, in realtà, già con il nome del candidato premier, che si sarà guadagnato la "nomination" sul campo. E, a giudicare dal suo attivismo, si capisce quanto si senta in pole position. Con i giovani ulivisti del Meridione, venuti a Roma da Strasburgo per incontrarlo, parla di politica e di programmi, spiegando che «la partita si gioca moltissimo tra i giovani, che spesso non vanno a votare. «Per vincere non bastano i buoni risultati dei governi del centrosinistra. Bisogna sapere infondere nuove speranze per il futuro», sostiene, spalleggiato dal presidente di Legambiente Ermete Realacci, che ricorda al centrosinistra di «puntare su messaggi chiari e credibili perchè per essere votati non bastano gli allori del passato». Dai ragazzi arriva la richiesta di «una coalizione semplificata, basta con 11 o 13 partiti», e lui dice che sì «la frammentazione della maggioranza è stato il nostro errore più grande dopo quella grande intuizione che fu l’Ulivo guidato da Romano Prodi» e annuncia che «si sta lavorando per comporre due, al massimo tre aggregazioni, per presentarci agli elettori molto più coesi di adesso». Poi spiega la dinamica della sua "discesa in campo". «Molti me lo hanno chiesto. Ho taciuto per molti giorni, poi ho dato la mia disponibilità, che è una precisa assunzione di responsabilità. Credo che per battere Berlusconi ci sia bisogno di tutte le risorse disponibili. E la mia disponibilità ci sarà comunque, chiunque sia il candidato scelto dalla coalizione». Ma i ragazzi sembrano già aver gettato dietro le spalle la contesa tra Rutelli e Amato. «Diciamo subito che tu sei il candidato», taglia corto Giuseppe, diessino della provincia di Bari. Il sindaco però frena gli entusiasmi e, diplomaticamente, fa capire che «il dibattito serve, può essere anzi inteso come una specie di primarie». E che cos’è questa affermazione se non un preciso messaggio alla coalizione per far intendere per chi sta battendo il cuore degli italiani? C’è anche il tempo per disquisire di etica politica. «Dov’è il confine tra rigore e compromesso?», chiedono i ragazzi. E Rutelli risponde citando l’ex governatore dello Stato di New York, il democratico Mario Cuomo, che perse consapevolmente le elezioni schierandosi contro la pena di morte. «Il compromesso - conclude il sindaco - è l’arte della politica , ma ci sono principi e valori sui quali non si può derogare».

 

A LAVARONE

E i centristi sfogliano la Margherita

Ppi, Dini e Udeur: assieme alle elezioni. Parisi: bene, ma unione non solo di ex dc

di RENATO PEZZINI

LAVARONE (Trento) - Che sia questione di vita o di morte, o di semplice calcolo elettorale, o di qualcos'altro ancora, per adesso non si sa. Ma il risultato di una mattinata di discussione organizzata dai popolari del nord a Lavarone, è che dopo anni di sproloqui sulle "seconde gambe dell'Ulivo", sui trattini, sul "centro del censtrosinistra", alla fine è arrivato il sì: popolari, diniani, prodiani e mastelliani dicono ufficialmente di volersi mettersi insieme per dare più sostanza all'area centrista dell'Ulivo. Una federazione? Un nuovo partito? Un nuovo movimento politico? Si vedrà: «L'importante è fare, e fare in fretta». Al tavolo della gran cerimonia ci sono Dini, Castagnetti, Parisi e un inviato speciale di Mastella. Fa gli onori di casa Rosi Bindi, che non va per il sottile: «Le divisioni fra noi ci hanno danneggiato. Allora, la gente qui in sala vuole sapere: si fa o non si fa questa unione?». La risposta è unanime: «Si fa». E già questa è una novità. Sul quando e sul come, però, tutti rimangono nel vago. Ripetono soltanto questa formuletta magica: «Tempi accelerati». Significa, probabilmente, che entro fino ottobre i gruppi parlamentari di Ppi, Udeur, Democratici e Rinnovamento si uniranno sotto un solo nome e un solo simbolo che, se le cose andranno come devono andare, saranno lo stesso nome e lo stesso simbolo con cui si presenteranno alle elezioni politiche nella quota proporzionale con la ragionevole certezza di superare senza affanni il quorum del 4 per cento. I popolari in sala si spellano le mani nell'applauso. Sono veneti e trentini, e già da tempo hanno sperimentato l'unione dei centristi dell'Ulivo. Con mediocri risultati a Venezia e dintorni ("Insieme per il Veneto") e con buoni risultati in Trentino ("Lista Margherita"). Sono convinti che sia l'unica strada percorribile, e per questo, di fronte ai "sì" di Dini, Castagnetti, Parisi e Mastella non si premurano di spaccare il capello in quattro. In realtà, qualche attenzione ai "distinguo" va posta. Perché ciò che ai mille metri di Lavarone sembra semplice e inevitabile, potrebbe tornare a essere complicato nei corridoi dei palazzi romani. Basta ascoltare Arturo Parisi. Che di preoccupazioni ne ha più d'una. Per esempio, non vuole che "l'unione" sia soltanto una sommatoria di sigle a scopo elettorale: «Perché sennò rifacciamo gli stessi errori del '96». Gli altri lo tranquillizzano, specie Castagnetti: «L'alleanza fra noi è il futuro, perchè solo così possiamo eliminare i sospetti di una egemonia dei Ds nell'Ulivo». Ma Parisi _e con lui molti democratici_ ha un'altro timore. Quello che l'unione possa essere nelle intenzioni di qualcuno l'ennesimo tentativo di rifare la Dc, o comunque quel "grande centro" che in prospettiva divenga alternativo alla sinistra e rompere quindi l'alleanza dell'Ulivo. Per questo si dilunga in un peana sull'anima democratica dei Ds e insiste nel dire che sul "se" e sul "perché" dell'unione non ci sono problemi, ma che «la questione da dirimere è quella sul "come"». Non a caso butta in piccionaia un sasso pesante: «Nessuna preclusione all'ingresso dello Sdi e dei repubblicani».

Una Margherita anche a Roma Castagnetti, Udeur, Parisi e Dini «Siamo l’anima del centrosinistra»

di Renato Rizzo

LAVARONE (Trento) E i quattro smisero di sfogliare la «Margherita»: al meeting dei Popolari Castagnetti, Dini, Parisi e Mastella (attraverso le parole del responsabile Udeur per il Veneto, Fabrizio De Checchi) suggellano la nascita di un nuovo soggetto politico. Quella chimerica aggregazione di partiti vagheggiata, in varie forme, fin da quando Prodi iniziò a parlare della necessità di una «seconda gamba dell’Ulivo». A far da padrino a questo battesimo annunciato che dovrà avvenire «il più presto possibile», è il fantasma dell’incombente chiamata alle urne con il timore che il Polo eroda le già sparute doti elettorali del Centro. Ppi, Rinnovamento italiano, Udeur e Democratici saranno riuniti entro ottobre sotto un unico simbolo nei gruppi parlamentari in base ad uno schema che ricalcherebbe, appunto, la Lista Margherita al governo nella Provincia autonoma di Trento. Dovrebbero riuscire con ragionevole certezza a superare il quorum del 4%, anche se, in questo convegno, sotto la regia di Rosi Bindi, nessuno si limita a considerare l’operazione come una mera faccenda di contabilità elettorale. Arturo Parisi la definisce una «cooperazione emulativa con i Ds», Dini si spinge a considerarla indispensabile per «tenere la sinistra nei binari del riformismo europeo». Accordo pieno quindi sulla necessità di questa nuova aggregazione battezzata prontamente già con il secondo nome di «Lista Rutelli», come il candidato premier che dovrà esprimere. Ma l’unanimismo sembra sfrangiarsi sul «come» organizzarla: Parisi avverte che dovrà sfuggire «alle tentazioni di conservare le forme del passato e, cioè, di ricostruire un partito-comunità, di massa». Quasi temendo, anche se si guarda bene dal dirlo chiaramente, la rinascita di una nuova Dc. Magari nella forma di un Centro egemone che, in prospettiva, possa addirittura sganciarsi dall’alleanza con la sinistra. Così, forse, non è casuale che, in questa mattina, il braccio destro di Prodi tessa l’elogio degli ex comunisti, sempre più orientati verso «valori» come la famiglia ed il mercato. E che sia l’unico a cogliere la necessità di mantenere «porte aperte, senza preclusioni, all’eventuale ingresso dello Sdi e dei repubblicani». Pierluigi Castagnetti, indirettamente, lo rassicura ricordando che la Dc di De Gasperi e, più tardi, di Moro ha sempre perseguito la «laicizzazione dello Stato ed il superamento degli steccati». Ma, soprattutto, chiarisce che questo nuovo soggetto politico dovrà «essere l’anima del centrosinistra». Una «presunzione» che si fonda sul lavoro fatto fino ad ora: «Ricordate Berlusconi quand’era al governo? Ad ogni disegno di legge che ancora doveva essere approvato, apponeva in tv il timbro "fatto". Bene, quante cose davvero abbiamo realizzato noi in questa legislatura e non l’abbiamo strombazzato. Forse perché siamo pudichi o, forse, perché siamo divisi». E c’è ancora una battuta per tranquillizzare il «professore» dei democratici. Riguarda D’Antoni e la sua ipotetica scesa in campo in appoggio al Polo: è uno dei nostri, dice in sostanza il segretario dei popolari, «la Cisl non potrà diventare mai l’ospedale da campo di Berlusconi. Ve li vedete due-tre milioni di persone che accettano la riforma delle pensioni senza andare in pellegrinaggio ad Arcore per protestare?». E se si chiede a Castagnetti a chi si riferiva quando diceva che all’interno della minoranza c’è chi spinge perché il Cavaliere non si presenti come candidato premier alle prossime elezioni, lui risponde: «Posso solo dire che queste cose non le ho sapute da Emilio Fede». Scettico di fronte all’ipotesi di un possibile passo indietro del leader dell’opposizione è Lamberto Dini: «No, non credo che pensi di ritirarsi. Anche se è positivo che, per la prima volta, si ponga il problema del conflitto d’interessi».

 

Barnabei nel braccio della morte Trasferito all’alba nel carcere dell’esecuzione

di Andrea di Robilant

WASHINGTON Ieri mattina all’alba Rocco Derek Barnabei è stato trasferito dal penitenziario di Waverly al super-carcere di Jarratt, dove i condannati a morte vengono giustiziati in Virginia. La sua esecuzione rimane fissata per giovedì alle nove di sera (ora locale). Ma i legali di Barnabei continuano a nutrire buone speranze in un rinvio. «Non traggo alcuna conclusione dal trasferimento», ci ha detto l’avvocato Seth Tucker. «Continuo ad essere fiducioso». E’ stato lo stesso Barnabei a far sapere che lo stavano trasferendo, parlando al telefono con il suo consulente Tony Di Piazza. La madre Jane e il fratello Craig si stavano recando al carcere di Waverly per una visita quando hanno ricevuto una telefonata da Di Piazza che li informava del trasferimento. «Abbiamo fatto l’inversione e ci siamo diretti a Jarratt», ha confermato la signora Barnabei. L’ingranaggio della pena di morte procede dunque con rigore e precisione, sospinto da un’inerzia che appare inesorabile. In genere il trasferimento a Jarratt è un momento-chiave nel macabro rito che precede le esecuzioni in Virginia. E la vita di Barnabei adesso è davvera appesa a un filo molto tenue. Ma l’avvocato Tucker insiste che questa volta ci sono buoni motivi per sperare in un rinvio. Il governatore James Gilmore ha accettato di fare la prova del Dna su un frammento di unghia della vittima, Sarah Wisnovsky. I risultati si avranno tra oggi e domani. La difesa spera che i periti trovino tracce di Dna che non appartengano a Barnabei. A nutrire questa speranza è l’idea che la vittima abbia affondato le unghie nella pelle del suo aggressore quando venne violentemente stuprata e poi uccisa la notte del 22 settembre 1992. Ma lo stesso Barnabei riconosce che ci sono buone possibilità che la perizia sul frammento di unghia non lo scagioni - che sul frammento non ci siano le tracce del Dna di qualcun altro - e che proprio per questo il governatore abbia deciso di procedere con il test su quel reperto (e solo su quello). Piuttosto, le speranze della difesa si concentrano su altri sviluppi. Domani il giudice Spencer, della corte federale a Richmond, terrà un’udienza per decidere se non è il caso di rinviare l’esecuzione di Barnabei alla luce degli strani e ancora inspiegati maneggi delle settimane scorse attorno ai reperti sigillati in mano al governo della Virginia. «Quella di domani è un’udienza molto importante», conferma Tucker. Le buste sigillate con i reperti (il frammento di unghia e un tampone vaginale) sparirono misteriosamente due settimane fa e poi ricomparvero altrettanto misteriosamente negli uffici del Guardasigilli. «Troppe stranezze», dice Tucker. «Il governatore Gilmore deve dare una spiegazione convincente di ciò che è successo». In più la difesa ha presentato ricorso perchè la busta in cui era contenuto il frammento d’unghia è stata distrutta e all’esame non erano presenti periti di parte. Ma le speranza di Tucker non si limitano all’udienza di domani. «Abbiamo fatto ricorso alla Corte suprema», ricorda l’avvocato, che lavora presso il prestigioso studio legale Covington & Burling a Washington. «E poi il governatore Gilmore ha sempre la possibilità di ordinare un rinvio». La pena di morte è anche un tema politico molto dibattuto: dopo il regista Robert Altman, pure Susan Sarandon si è schierata contro George W. Bush, il governatore del Texas che punta alla Casa Bianca: «Ha le mani sporche di sangue», ha proclamato l'attrice che ha vinto un Oscar per «Dead Man Walking», il film abolizionista in cui ha interpretato la parte di Suor Helen Prejan.

Il capo del governo: ne ho parlato anche con Prodi, serve qualcuno che rappresenti tutto il centrosinistra e non solo una parte

«No alla convention se la scelta è già fatta»

Amato rilancia la sfida a Rutelli: un patatrac convocare duemila persone senza potere nella decisione

ORVIETO - Arriva, davanti a un caffè discetta di Bartali e Coppi ma non sa con chi dei due campioni identificarsi perché «uno ha vinto di più, ma l’altro ha vissuto più a lungo». Si siede in prima fila e ascolta il dibattito in corso all’interno dell’area liberal dei Ds, gli ultimi sostenitori della sua leadership. Poi tocca a lui: pochi applausi di incoraggiamento e molta attenzione dalla platea. Giuliano Amato offre la sua candidatura e un vero e proprio programma di governo per i prossimi cinque anni, con tanto di slogan e spiegazioni. Insinua il dubbio che, forse, «può essere un patatrac convocare una convention di duemila persone che si aspettano di avere un ruolo nella decisione del candidato premier e poi presentargli una scelta già fatta dai partiti e, dunque, o si trova un percorso giusto e democratico, altrimenti la convention sarebbe meglio non farla». E, infine, dà un colpo ben assestato (anche se lui nega) al suo sfidante Francesco Rutelli (che non cita mai): «Quando dico che non sono una diva, dico che io non faccio della premiership una questione personale ma politica. La scelta del candidato del centrosinistra deve basarsi sulla diversità del messaggio, sulla contrapposizione con il leader dell’opposizione e sulle politiche da fare: non è un’offesa personale scegliere l’uno o l’altro». E lui una scelta politica chiara l’ha fatta: «Mi sembra una soluzione troppo partitica occuparsi di mettere insieme tre partiti della sinistra o tre e mezzo del centro, soltanto perché c’è bisogno di una plastica facciale per i partiti e non c’è più tempo di fare vere operazioni politiche. Credo che il candidato premier debba essere il candidato della coalizione, non di una parte di essa: penso all’Ulivo del ’96». E non basta, Amato cita anche quello che è considerato lo sponsor di Rutelli a difesa della sua tesi: «Ne ho parlato con Romano Prodi: nell’Ulivo ci fu quella colla che riuscì a tenere insieme i partiti, che sono quelli che portano i voti, creando un’immagine unitaria della coalizione. Per questo mi sono rifiutato di accettare che la mia candidatura fosse condizionata al mettere insieme un pezzo di coalizione». Quanto alle sue carte Amato ricorda che lui è da sempre «un socialista riformista e non ho un passato comunista: ma non ho mai ripudiato il socialismo e non lo ripudierei per diventare candidato di alcunché». Ma quando parla di progetto politico, Amato ha anche da presentare una sua ricetta per combattere i «basic instincts» del Polo, «perché sappiamo tutti che un conto è dire che si sa distinguere tra immigrati e criminali, ma se poi ti scateni al primo atto criminale di un non italiano, susciti gli istinti degli skinheads». E allora ecco le risposte della sinistra, come la pensa Amato, ai problemi del Paese «perché quella della destra non è la risposta giusta». Primo: «evitare che il risanamento fatto in questi anni e le tracce di riforma sparse finora dai governi di centrosinistra» vengano percepiti come un risultato inferiore a quello promesso. Secondo: spostare l’asse dello Stato sociale. Non è più adatto alle «insicurezze» del nuovo mondo del lavoro, tutto basato com’è sulla previdenza: «Ci vogliono servizi per le donne e le famiglie, perché per rendere più competitiva la società dobbiamo coinvolgere tutti, non basta che pochi diventino più competitivi come pensa la destra». Terzo: «Dobbiamo imparare a non avere il problema dei cattolico-leninisti nei confronti della ricchezza, a non detestare il sistema delle stock options ma, grazie alla formazione, a dare a tutti l’opportunità di aspirare alla ricchezza».

 

IL CONFRONTO

I giovani dell’Ulivo al sindaco «Come controlliamo i Mastella?»

«Spetta ai partiti individuare la strada per la scelta del nome per Palazzo Chigi»

ROMA - La difficoltà sta nel parlare da candidato premier senza essere ancora il candidato premier, rispondere alle domande, alle obiezioni, alle proposte di questa settantina di giovani dell’Ulivo quasi tutti del Sud che è venuta a trovarlo, dicendo quel poco che si può dire senza apparire arroganti, o troppo sicuri. Ma Francesco Rutelli, per i ragazzi che pretendono la foto ricordo con lui al centro e le bandiere verdi dell’Ulivo a fare da cornice, è già il candidato del centrosinistra. Di Amato non parlano mai, qui nella sacrestia della Chiesa di Santa Maria del Popolo dove si tiene l’incontro. Piuttosto vogliono sapere come si terranno a bada «i vecchi personaggi che hanno distrutto l’Ulivo e che pensano solo ai propri interessi, tipo Mastella» (Giuseppe, da Bari), chiedono di prendere esempio da Berlusconi «che dice poche cose ma semplici, scandite bene e comprensibili» (Rosellina, da Cosenza), desiderano un’alleanza che «si presenti unita e che vada oltre i partiti, come l’Ulivo del ’96» (Giuseppe, da Termini Imerese). Lui, il quasi-candidato, li sta a sentire per oltre un’ora, prende appunti, annuisce, poi risponde come può, senza fare promesse o annunci perché, come non si stanca di ripetere, la competizione con Amato è ancora in corso ed «è positiva, aiuta il centrosinistra a ripartire, e sarà fruttuosa perché sia io che Giuliano abbiamo già detto che, chiunque prevarrà, l’altro si metterà al servizio della squadra». Certo, una sua idea sul percorso per arrivare alla scelta Rutelli ce l’ha: «Mi sembra che i politici, i partiti, stiano già lavorando, sondando le sezioni, gli iscritti, che a loro volta sondano e ascoltano l’opinione pubblica». E, dunque, saranno appunto «i partiti, chi deve», a decidere «il percorso» verso la candidatura, a dire se l’ultima parola spetti a una convention del centrosinistra o a un vertice dei segretari. Nel frattempo, qualche risposta ci vuole. Mastella? Rutelli calma gli ardori giovanili: «Il compromesso in politica è importante», e purché non sia su questioni cruciali - l’esempio è quello del governatore di New York che fallì la rielezione per essersi opposto all’introduzione della pena di morte nel suo Stato - è auspicabile. E poi, in fondo, quanti sono «gli italiani che non votano Berlusconi solo perché con lui ci sono De Michelis, Pomicino e tutta la famiglia Craxi?». È il maggioritario, bellezza, e gli elettori hanno imparato a votare «chi è meno distante da loro». Per carità, Rutelli non vuole che i giovani perdano «la voglia di cambiare il mondo», ma serve giudizio. E servono nuove parole d’ordine. Insomma «non ci si può ripresentare agli elettori solo con il bilancio di quello che si è fatto. Bisogna fissare nuovi traguardi», e rendersi appetibili e comprensibili con «uno schieramento più semplificato, che sia in grado di mandare messaggi semplici, quelli che davvero possono arrivare a tutti quegli italiani che non dedicano più di tre minuti della loro giornata alla politica».

Centro-sinistraOggi i vertici dei partiti della coalizione si incontrano, ma fisseranno solo i metodi per la scelta Si cerca un leader: e il programma? Nel serrato confronto estivo tra Amato e Rutelli si è discusso molto di candidato ideale, pochissimo dei temi concreti

È stato il "tormentone" di questa estate, il gioco balneare più seguito e discusso: il "totopremier" del Centro-sinistra, ovvero la scelta (così come i tempi e le modalità con cui operarla) del candidato premier da opporre a Silvio Berlusconi nelle prossime elezioni politiche. La questione della premiership sarà al centro del vertice di oggi dei leader dell’Ulivo, che non scioglieranno ancora le riserve sul nome del candidato, come era stato previsto a fine luglio, ma discuteranno quando e in che modo arrivare a una scelta per il momento rinviata almeno fino alla presentazione della Finanziaria. In gara, tra alti e bassi, sembrano a questo punto rimasti l’attuale presidente del Consiglio Giuliano Amato e il sindaco di Roma, Francesco Rutelli, figura di punta dell’Asinello. Un dualismo, che, da motivo di debolezza e divisione di una maggioranza in netta difficoltà, lo stesso Rutelli ha avuto l’abilità di ribaltare in una nuova opportunità di rilancio per la coalizione. La forte e indiscussa leadership del "monolitico" Centro-destra, a fronte di un Centro-sinistra litigioso e indeciso, diventa così una sorta di dittatura del "padre padrone" Berlusconi, mentre il dibattito sulla premiership dell’Ulivo mostrerebbe una coalizione "democratica" e aperta alla discussione interna. Inoltre, il confronto Amato-Rutelli avrebbe riacceso il sopito interesse di gran parte dell’elettorato per la politica e per il futuro dell’Ulivo. Ci vorrà così almeno ancora un mese, se non di più, prima di sapere chi sarà chiamato a sfidare Berlusconi. Al momento le azioni del telegenico Rutelli sembrano in forte ascesa rispetto a quelle di Amato. Anche la variabile temporale non appare più così determinante come lo era fino a poco tempo fa. L’obbligo di dimettersi da sindaco della capitale entro i primi di novembre per candidarsi alle prossime politiche potrebbe essere infatti aggirato. Se si voterà in aprile, come chiede il Centro-destra, le Camere dovranno essere sciolte con un leggero anticipo, anullando così l’obbligo di dimissioni per i sindaci 180 giorni prima del termine della legislatura. In ogni caso, il Centro-sinistra starebbe pensando a una norma che sollevi i primi cittadini dei Comuni maggiori dalla necessità di abbandonare la carica. Ad Amato, che non sembra comunque affatto intenzionato a mollare, la maggioranza garantirebbe un forte appoggio e un’ultima fase di Governo ricca di soddisfazioni. E c’è chi, in particolare fra i Democratici, sostiene una "salamonica" quanto improbabile soluzione che accontenti entrambi i contendenti: Rutelli premier e Amato superministro dell’Economia. La possibilità offerta dunque al Centro-sinistra di non forzare i tempi sulla scelta del nome del candidato premier presenta così evidenti vantaggi. Da un lato, il Governo Amato può proseguire con maggiore serenità nella sua azione, dall’altro la coalizione può concentrare i suoi sforzi su due fronti: la definizione delle linee programmatiche, al momento praticamente inesistenti, come hanno chiesto ultimamente, fra gli altri, il presidente del Senato Nicola Mancino e il ministro diessino Cesare Salvi, e l’aggregazione di un fronte più ampio possibile, che coinvolga e riporti sotto i rami dell’Ulivo, attraverso accordi elettorali o politici, il Prc di Fausto Bertinotti e il nuovo Polo di Antonio Di Pietro. Rutelli sembra qui in netto vantaggio rispetto ad Amato, la cui candidatura escluderebbe qualsiasi intesa con l’ex Pm. Anche l’assenza, per ora, di una chiara linea programmatica, in particolare in politica economica, può facilitare il compito del sindaco di Roma. Che non rischia così di esporsi troppo, per mantenere quel margine di manovra che gli consente di mettere d’accordo le molteplici anime del Centro-sinistra.

Due o tre cose che devono dire

Le personalità di Giuliano Amato e di Francesco Rutelli sono di per sé un programma. La loro rispettiva biografia politica è assolutamente eloquente. Professore brillante e colto, persin troppo immaginifico, Amato è anche un grande lavoratore, esperto nel governare, sicuramente riformista, forse un po’ troppo vicino al sindacato Cgil per affrontare alcuni nodi socioeconomici. Proprio per questo è lecito chiedergli se intende intervenire sul welfare, versante pensioni, e sulla scuola, versante formazione e promozione dei professori. È altresì lecito chiedergli, proprio perché di alcune di quelle politiche porta la responsabilità come ex-Presidente dell’Antitrust, se non intenda, da un lato, accelerare le privatizzazioni, dall’altro introdurre maggiori elementi di competizione nel sistema socio-economico italiano, cioè liberalizzare davvero facendo dello Stato un regolatore e non un protagonista con preferenze e favoriti(smi). Infine, alla luce di alcune sue dichiarazioni recenti, controverse e controcorrente (se ci fosse davvero una corrente federalista in Italia) relative alla evaporazione del potere a livello europeo, vorremmo sapere se il Presidente del Consiglio Amato si muoverà verso una prospettiva vigorosamente federalista dell’Unione Europea sfidando la Gran Bretagna piuttosto che coccolarla, auspicando simultaneità fra allargamento dell’Ue e riforma delle istituzioni, proponendo la concentrazione del potere non "evaporato" in un vero e proprio governo dell’Europa. Quanto a Rutelli, qualcosa di Unione europea, in quanto europarlamentare da un anno dovrebbe sapere e dovrebbe dire. Valgono per lui le stesse domande fatte ad Amato. E né per lui né per Amato sarebbe accettabile la scusa che le elezioni italiane si vincono su tematiche nazionali visto che molte politiche nazionali vengono decise da Bruxelles. Quale è l’idea di Europa del candidato Rutelli? Una volta Francesco Rutelli era un Verde, oggi politicamente e, se posso osare, ideologicamente, che cosa è? Quali politiche ambientali - grandi opere, variante di valico, trasporto su gomma o su binari - intende proporre e quali risparmi energetici vorrà suggerire? La fama recente di Rutelli, il suo vero trampolino di lancio è stato, lo dirò provocatoriamente, il governo del Giubileo. Dal governo di un evento e di una città, per quanto grande e importante, al governo di una nazione il salto è comunque grande. Che cosa fa pensare a Rutelli di essere adeguatamente preparato e quali saranno le sue priorità nell’azione di governo? Pur tenendo conto delle diverse "anime" della coalizione di centro-sinistra, una parte cospicua, probabilmente maggioritaria, dell’elettorato del centro-sinistra è preoccupata da una sorta di deriva, se non papalina, certamente woytiliana di entrambi i candidati. Sarebbe possibile sentire qualcosa di laico pronunciato da loro sia nella rilettura della storia dell’Italia che nelle politiche pubbliche, ad esempio in materia di ricerca scientifica e di bioetica? Qualche indicazione sul come potranno nascere i futuri italiani (fecondazione eterologa), su come saremo curati (utilizzazione degli embrioni), su come vorremmo morire (eutanasia), sarebbe sicuramente interessante per molti italiani. Sono tematiche controverse? Lo saranno anche in Parlamento e l’opinione del prossimo Presidente del Consiglio conterà, eccome. Il punto, poi, è di principio: è l’assunzione esplicita di impegni e di responsabilità. Qui, non sulla telegenicità e non su meriti (e demeriti) passati e trascorsi, si misura la leadership.

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