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LUCA MARCORA
Ci troviamo di fronte ad un momento indubbiamente buio per l’agricoltura parmense, più in generale per l’agricoltura italiana che dovrà affrontare nel futuro sfide di un’importanza cruciale che ne determineranno la sopravvivenza competitiva o il progressivo affievolimento. Iniziamo da un dato di congiuntura economica, che è una congiuntura economica negativa. Sapete tutti che il PIL non cresce più, o perlomeno cresce a livelli inferiori all’1,5%; sapete che ormai ci siamo attestati su tassi di disoccupazione che non riescono a scendere sotto al 12% e che i consumi, cioè quello che più interessa a noi agricoltori, e in particolare i consumi alimentari, non riescono a trovare quello slancio e quella forza che possano fungere da traino alla nostra agricoltura e da volano per quanto riguarda la crescita del PIL. Ma a questa congiuntura economica negativa si somma una congiuntura economica agricola per la provincia di Parma direi quasi drammatica; la crisi del Parmigiano-Reggiano sta toccando dei limiti che non avremmo mai pensato, la crisi dei suini altrettanto, i prezzi dei cereali li abbiamo conosciuti tutti nella scorsa campagna e sappiamo che nella prossima non saranno sicuramente superiori. A ciò possiamo aggiungere alcune note negative derivanti dalle condizioni atmosferiche, le grandinate dell’anno scorso, le gelate per quanto riguarda la semina delle bietole, la grandinata che proprio ieri sui nostri colli ha colpito molto fortemente le aziende vitivinicole ma anche la forte siccità dell’anno scorso per quanto riguardava la produzione di foraggio. Queste condizioni climatiche sicuramente influiscono ma quello che rimane il dato fondamentale è la crisi del Parmigiano-Reggiano e quella dei suini; in particolare quella del Parmigiano-Reggiano perché la nostra vocazione zootecnica di produzione lattiero-casearia è assolutamente predominante all’interno della composizione della produzione lorda vendibile della ns. agricoltura parmense. Siamo poi di fronte ad uno scenario nuovo, ed anche imprevisto per certi sensi: l’entrata nell’Euro ha cambiato, e forse non ce ne siamo sufficientemente resi conto, molti dei termini di riferimento della ns. economia. In particolare ci stiamo avviando verso un periodo di inflazione quasi nulla, dopo aver sperimentato tassi di inflazione a due cifre negli anni ’80 e ’70, addirittura sopra il 20% alla fine degli anni ’70, ma comunque con un’inflazione che anche negli anni ’90 non era mai scesa sotto il 10%, fino all’accelerazione finale per entrare all’interno dell’Euro. L’agganciamento all’Unione Europea Monetaria ci assicurerà nel futuro una costanza di tasso di inflazione a tassi bassissimi; siamo a livelli storicamente mai verificati prima se non prima degli anni ’60. Si apre quindi un nuovo scenario che per noi agricoltori rappresenta un mutato rapporto di competitività. Non dimentichiamoci che molte volte l’inflazione e la svalutazione hanno permesso all’agricoltura di tirare un fiato di sollievo nei momenti di crisi; questo non ci sarà più; sappiamo anche che la svalutazione per definizione ormai non potrà più esistere, almeno per quanto riguarda i rapporti all’interno dell’Unione Economica Europea. Il tasso della lira, il cambio con l’euro è ormai fissato in maniera definitiva e noi non potremo contare più su svalutazioni competitive. A questo si aggiungono delle modifiche strutturali che interessano tutta l’economia ma che hanno come per gli altri settori fortissimi impatti con l’agricoltura; parlo della globalizzazione dei mercati, termine spesso abusato ma di cui forse non abbiamo ancora capito a fondo il vero significato e le vere conseguenze. Abbiamo mercati sempre più aperti, sempre più interdipendenti, mercati in cui uno starnuto a Singapore si riversa in una crisi finanziaria delle borse europee, anche se forse nel caso della crisi asiatica non si trattava solo di uno starnuto. All’interno di questa logica di globalizzazione c’è sempre un minor intervento dello Stato a difesa dei settori economici e una sempre maggiore apertura del mercato. Ma parallelamente assistiamo a dei processi, in particolare per quanto riguarda l’agricoltura, che sono processi di forte concentrazione della trasformazione alimentare, con un’annotazione negativa dovuta al fatto che molto spesso questa concentrazione produttiva dell’industria alimentare, non a Parma, per fortuna, ma nel resto d’Italia, si sposa ad un predominio delle multinazionali estere in questo settore. Parallelamente assistiamo ad un rilevantissimo processo di concentrazione della distribuzione che sta cambiando in maniera decisiva i parametri di mercato dei prodotti alimentari. Tutto ciò poi viene sposato da una nuova politica di commercio internazionale, sempre più aperta e sempre più tesa a ridurre i dazi e le protezioni nazionali o di aree come quella comunitaria. I nuovi accordi del WTO sono quelli che hanno determinato il mutamento di politica agricola comunitaria e noi dobbiamo essere ben coscienti che da qui nascono le nuove linee della politica agricola comunitaria. Gli accordi del WTO, quelli che ci sono stati dopo la riforma Mac Sharry e quelli che ci saranno a breve, sono tutti tesi a una caduta drastica di quelle che sono le protezioni e i dazi tra Paesi. Le politiche agricole, siano esse quelle comunitarie, siano esse quella statunitense, quella australiana e via dicendo, si dovranno adeguare a questo nuovo scenario, in cui globalizzazione e apertura dei mercati saranno, diciamo, il punto di riferimento delle nuove trattative sul WTO. E veniamo quindi a quella che è stata la modifica della politica agricola comunitaria; proprio a partire da questo concetto di globalizzazione e di apertura dei mercati. Voi sapete tutti che la politica agricola comunitaria fino a Mac Sharry si basava sul sostegno dei prezzi; in poche parole, all’inizio di ogni anno, a primavera, si riunivano i ministri dell’agricoltura, fissavano un prezzo di intervento e a quel prezzo di intervento la Comunità Europea era disposta a ritirare dal mercato il prodotto; per definizione quindi il prezzo non poteva mai scendere sotto quel livello. Il sostegno dei prezzi era un sostegno quasi invisibile, nel senso che se il prezzo dei cereali a livello internazionale era per esempio pari a 12.000 lire, il prezzo di intervento fissato a 28.000 presupponeva un aiuto da parte della Comunità Europea di 16.000 lire che automaticamente ciascun agricoltore, nel momento in cui conferiva il prodotto, si vedeva riconosciuto, pur senza accorgersene: il prezzo di mercato per lui era di 28.000 lire, anche se questo era semplicemente il frutto di una politica di sostegno dei prezzi che prevedeva un prezzo di intervento ed il ritiro della merce nel momento in cui il prezzo di mercato scendeva al di sotto. Questa era una politica che premiava la produttività, l’aumento di quantità e il fatto di lavorare sulla riduzione dei costi; questo perché ovviamente se io producevo un quintale di frumento prendevo 16.000 di un contributo, anche se non era esplicito, era occulto; se ne producevo 2 erano 32.000 lire e via dicendo, quindi la spinta era sempre più verso un aumento di produttività. Chi più produceva, più beneficiava dell’aiuto comunitario. Più aumentava la produttività, più si intascava in termini di contributi. Questo dall’altro lato aveva un contraltare, che la CEE interveniva sì con il prezzo di intervento a ritirare la merce sul mercato, ma di fatto il vero differenziale di prezzo lo pagavano i consumatori. Le merci acquistate a prezzi di intervento superiori a quelli internazionali vengono poi trasformate dall’industria alimentare; il prodotto finale che va sulla tavola del consumatore è un prodotto che, spuntando un prezzo agricolo superiore, sarà superiore al prezzo che potrebbe invece avere se lo si comprasse negli Stati Uniti o in Nuova Zelanda. Questo era quindi il primo tarlo che ha creato il problema della revisione della politica agricola comunitaria. Dall'altro lato spingendo sulla produttività, spingendo sulla quantità si creavano le condizioni per il fallimento stesso di questa politica. All’inizio questa aveva un suo senso perché era volta al raggiungimento di una autosufficienza alimentare della Comunità Europea: eravamo ancora deficitari di frumento e di altre derrate agricole, e quando è nata la Comunità Europea dovevamo raggiungere l’autosufficienza. Era giusto puntare verso la quantità, ma con un meccanismo che premiava sempre di più la produttività e l’aumento di quantità si è arrivati al punto di collasso. Il bilancio agricolo rappresentava l’80% del bilancio comunitario, gli ammassi avevano raggiunto l’impossibilità fisica di andare avanti su questa strada, e per il resto avevamo, come dicevamo prima, prezzi più alti per quanto riguarda i beni alimentari rispetto al resto del mondo. Inoltre questa lotta all’aumento della produttività, alla riduzione dei costi ci portava sempre di più verso un’agricoltura poco rispettosa dell’ambiente e poco rispettosa della salute dei consumatori. La BSE è stato un segnale forte in questo senso: ci ha fatto capire come la salute dei consumatori e la difesa dell’ambiente e degli animali devono comunque rimanere un punto fermo per la produzione agricola. Da questa insostenibilità della riforma della PAC per i motivi che vi ho esposto nasce la riforma MacSharry che gradualmente sposta il focus dell’intervento agricolo dal sostegno dei prezzi all’integrazione dei redditi. Innanzitutto introducendo il concetto del disaccoppiamento: non dobbiamo premiare in base alla quantità, perché questo significa appunto spingere l’aumento di quantità e di produttività; dobbiamo premiare in base ad altri criteri e priorità che vengono fissati come gli obiettivi da raggiungere per la politica agricola comunitaria. L’integrazione del reddito non viene più data indifferenziatamente, in proporzione alla quantità prodotta, ma viene data in base alla dotazione di mezzi produttivi e a priorità specifiche che vengono fissate dalla politica agricola comunitaria. Le cosiddette misure di accompagnamento assecondano questa nuova politica agricola comunitaria appunto per far arrivare l’integrazione al reddito dove sono state stabilite queste priorità. E queste sono, come vedremo ancora in Agenda 2000, la salute dei consumatori, la difesa dell’ambiente, il presidio del territorio e la salvaguardia dello sviluppo rurale, riconoscendo all’agricoltura anche una funzione sociale e culturale. Ultimo, non nelle misure di accompagnamento ma comunque un tema importante per la politica comunitaria, quello della qualità attraverso i prodotti a denominazione di origine protetta e IGP. Si introduce il concetto per cui il sostegno all’agricoltura viene dato a fronte di un suo nuovo ruolo; sono quindi premiati certi prodotti, in particolare chiaramente quelli di cui siamo deficitari ma anche quelli che possono avere un migliore impatto salutistico sulla dieta alimentare; vengono premiate certe metodologie produttive, appunto quelle ecocompatibili, agricoltura integrata, agricoltura biologica. Vengono premiate certe zone, le zone svantaggiate in cui è necessario mantenere la gente sul territorio, quindi in primo luogo è necessario mantenere l’agricoltura sul territorio. E vengono premiati certi tipi di aziende, in particolare le piccole aziende, perché si riconosce comunque la necessità di farle sostenere perché possano sopravvivere anche di fronte al fatto che non sono più competitive sul mercato. Questo parallelamente ha un progressivo abbassamento dei prezzi di intervento e quindi un progressivo riallineamento dei prezzi agricoli interni della Comunità Europea a quelli del mercato internazionale. Chiaramente l’integrazione del reddito serve per controbilanciare la diminuzione di aiuto attraverso il sostegno dei prezzi; facciamo scendere i prezzi sempre più verso i mercati internazionali, contemporaneamente integriamo questa diminuzione dei prezzi con delle integrazioni dirette secondo una serie di priorità che prima vi ho esposto, cercando quindi di dare un nuovo ruolo all’agricoltura: non più un’agricoltura sovvenzionata, ma un’agricoltura che riceve integrazione del reddito per le sue nuove funzioni. In realtà noi non ce ne siamo accorti di questo, perché nei primi anni di introduzione della riforma Mac Sharry c’è stato un fortissimo aumento dei prezzi dei cereali a livello internazionale; la riforma Mac Sharry è stata quasi esclusivamente riforma della PAC cereali, che comunque è uno dei pilastri della politica agricola comunitaria. C’è stato un forte aumento dei prezzi internazionali a livelli eccezionali, mai verificati prima, intorno al 1995-1996 e parallelamente c’è stata soprattutto la svalutazione della lira, per cui la competitività delle nostre produzioni alimentari rispetto ai concorrenti europei beneficiava grandemente della lira svalutata (vi ricordate il marco a 1.200 lire?); essendo inoltre i premi corrisposti in Ecu e la lira molto svalutata, i premi corrisposti in Ecu quando venivano tradotti in lire subivano un fortissimo aumento. Noi ci siamo trovati di fronte pertanto ad una sorta di effetto distorsivo, di illusione ottica per cui la riforma Mac Sharry quando è stata introdotta prevedeva che nel giro di 3 anni dovessero diminuire del 30% i prezzi dei cereali. In realtà proprio grazie a questo incremento dei prezzi internazionali, sulla borsa di Chicago e via dicendo, ma soprattutto per la svalutazione della lira, in quegli anni noi abbiamo avuto un sensibilissimo aumento del prezzo dei cereali. Ricorderete quando nel 1995 abbiamo incassato 35.-36.000 lire /q.le. Parallelamente i premi, l’integrazione al reddito che venivano corrisposti in Ecu, grazie alla svalutazione erano stati molto elevati, tanto che dico sempre che quando io ho aperto la busta con l’assegno della Pac cereali mi sono stupito, non pensavo che fosse così elevato. Tutto quindi sembrava andar bene, anzi, meglio di così non poteva andare. In effetti le cose stanno in maniera ben diversa, ce ne siamo resi conto negli anni successivi. La caduta del sostegno dei prezzi, il riallineamento progressivo dei ns. prezzi ai prezzi internazionali vuol dire il frumento venduto l’anno scorso a 23-24.000 lire, vuol dire il mais che al momento si è un po’ ripreso, ma un anno fa era molto calato, vuol dire una soia che comunque è sempre meno sovvenzionata, vuol dire un latte che altrettanto sarà sempre meno sovvenzionato in termini di sostegno dei prezzi. E’ qui che dobbiamo capire qual è la nuova sfida, perchè Agenda 2000 prosegue questa linea accentuandola anche se il passaggio dal sostegno dei prezzi all’integrazione dei redditi è un passaggio molto graduale, forse troppo graduale. All’interno di Agenda 2000 vengono comunque ribadite e rafforzate le priorità che erano presenti nella riforma Mac Sharry e di queste priorità noi dobbiamo farci carico, perché oggi essere imprenditori agricoli vuol dire capire la strada che la politica agricola comunitaria ci sta segnando e in quella strada metterci nell’ottica di sfruttare tutte le opportunità che la politica agricola comunitaria ci dà, naturalmente a fronte di impegni e vincoli che non dobbiamo assumere come restrizioni, ma come qualificanti di un nuovo ruolo dell’agricoltura all’interno del contesto economico e dello sviluppo anche sociale. Agenda 2000 dice inoltre difesa della salute dei consumatori, dice presidio e governo del territorio, dice qualità e legame fra cibo e territorio, dice ecocompatibilità e sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale. E quindi l’agricoltura non deve più avere solo un ruolo produttivo, ma deve anche svolgere un ruolo appunto sociale, ambientale e di tutela del territorio. In questo senso dobbiamo anche rivendicare il fatto che i contributi a favore dell’agricoltura non siano ascrivibili unicamente come bilancio agricolo, perchè allora l’agricoltura sta svolgendo un ruolo che non è più solo produttivo, non è più solo agricolo. E in questo senso ribattiamo e respingiamo l’accusa di essere un settore sovvenzionato, perché se noi riusciamo a svolgere queste funzioni è giusto che la società paghi per la funzione svolta dai nostri agricoltori. E’ certo che noi allora non dobbiamo più cogliere quelle che dicevo prima essere le priorità imposte dalla politica agricola comunitaria come dei vincoli, come delle restrizioni. Dobbiamo coglierle come opportunità; e questo oggi significa diventare imprenditore agricolo perché l’agricoltura deve assumere questo ruolo, che deve essere un ruolo primario nello sviluppo economico e anche nel garantire il benessere sociale. E allora vedete che si comincia a parlare non più solo di impresa agricola, di impresa competitiva, ma di impresa agricola polifunzionale, in cui la funzione produttiva non è più l’unica funzione. E su questo spendo due parole, perché troppo spesso secondo me questi due concetti di impresa competitiva e di impresa polifunzionale vengono visti come in contraddizione e non lo sono; noi come Unione Agricoltori, ma anche le altre organizzazioni professionali, abbiamo presentato una serie molto consistente di domande sulla 2078 per quanto riguarda l’agricoltura integrata in pianura; in pianura dove ci sono le aziende nostre competitive, in pianura dove le misure agroambientali sono state recepite appunto come opportunità e non come vincolo. Se le nostre aziende di pianura hanno adottato questa strada l’hanno fatto perché conveniente economicamente; questa nostra funzione di tutela ambientale ci viene quindi ripagata e diventa anche un possibile vantaggio competitivo. E’ chiaro che ci sono tanti rischi, queste che vi dicevo sono le opportunità. Dire che noi come Unione Agricoltori abbiamo fatto più di 500 domande di 2078 significa che anche nella ns. agricoltura parmense si sta diffondendo questa sensibilità, il che vuol dire anche che come organizzazione abbiamo fatto un bel lavoro. Però ci sono tanti rischi: innanzitutto il processo è troppo graduale, e questa è una delle critiche che viene fatta ad Agenda 2000. Questo passaggio dal sostegno dei prezzi all’integrazione dei redditi rischia comunque di farci trovare di fronte un’opposizione da parte dei consumatori che a un certo punto non saranno più disposti a pagare questo differenziale di prezzi dei prodotti agricoli rispetto al resto del mondo. Ma soprattutto i rischi derivano dal fatto che la politica agricola comunitaria viene fatta su un asse forte, che è l’asse franco-tedesco, un asse che sicuramente privilegia l’agricoltura continentale, le colture estensive e la ricerca di aumento di quantità e di diminuzione dei costi. In questo senso noi possiamo accogliere favorevolmente i risultati dell’accordo su Agenda 2000 perché sposta un po’ questo sbilanciamento, ma di sicuro quello che dicevo prima era una linea di tendenza, le cose a livello di politica agricola comunitaria di Agenda 2000 stanno ancora un po’ più indietro. Peraltro il rischio è anche un altro, noi dobbiamo cominciare anche a cambiare mentalità. Noi non possiamo più essere solo produttori, non possiamo più essere bravi a contenere i costi e ad aumentare la produttività, dobbiamo avere un nuovo rapporto con il mercato. Non dobbiamo semplicemente riempirci la bocca della qualità, dobbiamo farla ed essere capaci di venderla a un prezzo remunerativo perché la qualità costa. Se non siamo in grado di spuntare prezzi superiori, è inutile che ci riempiamo la bocca della parola qualità. E’ quindi proprio un nuovo rapporto col mercato deve cominciare ad entrare nella ns. mentalità di imprenditori agricoli, troppo spesso ancora limitata alla sfera produttiva. Io dico sempre che siamo degli ottimi produttori, non abbiamo molto da imparare dalle agricolture degli altri paesi europei in termini di capacità produttive; siamo però ancora troppo poco imprenditori, non abbiamo ancora capito che il ns. rapporto col mercato deve essere diverso, non può essere passivo, non può essere supino. Dobbiamo capire che l’apertura ai mercati internazionali porterà degli sconvolgimenti di prezzo, per cui se noi pensiamo di voler fare concorrenza ai cereali del Midwest piuttosto che al latte della Nuova Zelanda abbiamo perso in partenza. E su questo però dobbiamo dire che abbiamo le opportunità e le occasioni, perché stiamo parlando di un’agricoltura forte e di un’agricoltura competitiva come quella parmense che non a caso viene definita Food Valley, un’agricoltura dove la presenza di prodotti tipici e di prodotti di qualità ci può permettere di vincere la sfida, ci può permettere di non dover competere con quelle agricolture continentali rispetto alle quali noi sui prezzi non riusciremo mai a vincere. Però torno a dire che la qualità bisogna farla e non sono sicuro che la stiamo facendo in pieno, ma dobbiamo anche essere capaci di vendere. Questa qualità e anche un discorso di ecocompatibilità deve portarci ad una maggiore attenzione al mercato. Se io parlo ad es. di frumento biologico, parlo di un frumento in cui il mercato ha ancora delle asimmetrie informative enormi, in cui ci sono delle speculazioni e delle posizioni di debolezza da parte di noi agricoltori che devono essere superate. Questa è la strada della concentrazione dell’offerta e delle associazioni di prodotto; recentemente abbiamo fondato un’associazione di prodotto per quanto riguarda le produzioni biologiche. Ma lo stesso se noi vogliamo fare una politica di marchio, una politica di qualità dobbiamo cambiare mentalità. Dall’altro lato un altro grosso rischio è il fatto che prima con il sostegno dei prezzi gli aiuti erano automatici, oggi bisogna passare attraverso la presentazione di domande, quindi la compilazione di pratiche, istruttorie, collaudi, pagamenti e via dicendo. Prima non ci si accorgeva neanche se il prezzo internazionale era 12.000: quello del frumento era 28.000, si prendevano 16.000 lire al quintale, perché era il prezzo di mercato. Oggi si devono compilare la domanda della PAC cereali, la domanda della 2078, la domanda della 2080 se si vogliono avere contributi per la forestazione e via dicendo; quindi dobbiamo anche capire che la nostra capacità imprenditoriale si basa sempre di più nella capacità di cogliere queste opportunità e di saper presentare domande che vadano a buon fine e che ci permettano di sfruttare questi contributi. Questo è un discorso che richiede un cambiamento di mentalità da parte degli imprenditori agricoli ma sicuramente anche un forte cambiamento di mentalità nel sindacato agricolo e nella pubblica amministrazione. Il Ministro giustamente lanciava un grido di allarme l’altro giorno dicendo che si fa presto a dire che abbiamo portato a casa 1.800-2.000 miliardi in più da Agenda 2000, si fa presto a dirlo e purtroppo il rischio è che questi soldi non riusciamo a spenderli. E' qui allora che il sindacato ha un ruolo importantissimo che non deve essere solo quello di informazione, ma di sensibilizzazione, informazione, assistenza; noi dobbiamo presentare queste nuove opportunità che vengono all’interno di Agenda 2000, questi contributi, queste misure di accompagnamento di cui parlavo prima, dobbiamo cogliere queste opportunità e permettere ai nostri associati di aderire a questi contributi. In questo senso non possiamo limitarci a illustrare un bando del 2078 che contiene 2000 misure; la gente non capisce, dobbiamo cominciare a fare sensibilizzazione, dobbiamo incominciare a chiamare i ns. agricoltori a fare dei conti, a fare un mini business plan, come si suol dire, cioè dobbiamo renderli in grado di capire che se fanno agricoltura biologica avranno questa minore resa, avranno questa minore spesa derivante dal fatto che non si userà il diserbo, avranno questo aumento di ricavi perché riusciranno a vendere il prezzo a un prezzo maggiorato, avranno questi costi relativi all’istruttoria della pratica, avranno questi contributi all’accoglimento della domanda. Noi dobbiamo entrare in questa logica che rappresenta un grosso salto di mentalità; devo dire, l’ho sostenuto prima nella relazione morale, che noi abbiamo sicuramente un’ Unione Agricoltori pronta e preparata a questa sfida, perché poi è una sfida grossissima. Ripeto: non ci si può limitare all’informazione, deve esserci anche sensibilizzazione, formazione e assistenza dei ns. imprenditori agricoli. Naturalmente poi quanto più queste misure si giocano a livello di regolamenti, di contributi specifici tanto più è importante la ns. azione sindacale poi, a Bruxelles, per essere lì nel momento in cui dobbiamo far valere i ns. interessi e dobbiamo chiaramente contrattare con gli altri partners europei che hanno interessi discostanti dai nostri. Da un lato il sindacato deve sempre più capire che è a Bruxelles che si fa la politica agricola, e quindi sempre maggiore deve essere il ns. sforzo di impegno su quel fronte, in termini di lobby, non ho paura ad usare questo termine perché è in questo senso che noi dobbiamo sviluppare la ns. capacità sindacale. Dall’altro lato ripeto: la capacità di rendere percorribili e fattibili questi contributi, e di rendere possibile lo sfruttamento di queste opportunità da parte dei ns. imprenditori agricoli. Oggi essere imprenditori significa capire quali sono le linee secondo le quali la politica agricola comunitaria con Agenda 2000 ci vuole fare progredire, in questa strada inserirsi e in questa logica sfruttare tutte le opportunità, capire quindi che i vincoli non sono costrizioni ma sono opportunità di contributi che noi dobbiamo sfruttare, ribadendo e rilanciando una nuova funzione che non è più solo produttiva ma è anche una funzione sociale, ambientale, di presidio del territorio. Solo così noi riusciremo a giustificare l’aiuto all’agricoltura e solo così noi riusciremo a sopravvivere, perché l’agricoltura senza aiuto non vive. Mi fa un po’ ridere quando sento discorsi come "dobbiamo andare sul mercato" ; negli Stati Uniti l’agricoltura è sovvenzionata, in Giappone l’agricoltura ha delle sovvenzioni che noi neanche ci immaginiamo, in tutto il resto del mondo l’agricoltura è sovvenzionata, anche la nostra agricoltura è sovvenzionata, è giusto che lo sia per un nuovo ruolo, una nuova funzione che l’agricoltura deve svolgere. E in questo, ripeto, le sfide per il sindacato sono enormi, ma sono enormi anche per la pubblica amministrazione, perché noi non possiamo avere di fronte poi una pubblica amministrazione per cui dal giorno del collaudo al giorno in cui vengono pagati e saldati i contributi passano 6-7 mesi, non possiamo ricevere un’autorizzazione all’inizio dei lavori, parlo personalmente, il 28 aprile e la data di consegna di chiusura dei lavori è il 30 aprile. Questo mi è successo l’altra settimana; mi è arrivata un’autorizzazione per la 2080 in cui la scadenza dei lavori era il 30.04.99, e la data in cui è partita l’autorizzazione era il 28 aprile e la data di notifica era ai primi di maggio, il 3 maggio. La pubblica amministrazione si deve dotare delle strutture necessarie per far fronte a quella che è la nuova politica agricola comunitaria che non passa più attraverso aiuti automatici, passa attraverso la presentazione di pratiche, la PAC cereali, la 2078, le conoscete bene tutti. E in questo noi non possiamo perdere l’occasione di mandare un ministro ad ottenere 1.800 miliardi in più e poi non essere in grado di spendere; questa sarebbe la vera morte della ns. agricoltura. La pubblica amministrazione non può continuare a pensare di fare le leggi di riforma e di decentramento senza preoccuparsi di quella che poi è la sua applicazione, perché è facile fare la Bassanini senza poi preoccuparsi di quello che succede dopo la Bassanini. La Provincia oggi ha delle materie delegate che prima non aveva e ha meno dipendenti di quelli che aveva prima; allora non si può semplicemente dire "decentriamo e creiamo nuove competenze, nuove deleghe" se non ci poniamo il problema delle risorse umane e finanziarie necessarie perché la pubblica amministrazione poi faccia fronte a queste deleghe. Questa era la parte più generale della mia relazione. Vorrei ora entrare adesso in problemi un po’ più specifici, partendo da Agenda 2000. Al di là della teoria che spero di essere riuscito a comunicarvi in termini di opportunità e di rischi, Agenda 2000 è stata sicuramente un successo per l’Italia. Un successo che è tanto più rilevante quanto non si limita semplicemente a un aumento di contributi fra i 1.800-2.000 miliardi, ma si traduce anche in un mutamento di orientamento proprio della politica agricola comunitaria per quanto riguarda il rapporto agricoltura continentale – agricoltura mediterranea, agricolture estensive legate a sempre maggiori quantità e invece agricolture che tendono alla qualità, a discorsi di nicchia, all’ecocompatibilità. In particolare si è rotto l’asse franco-tedesco che ha sempre governato la politica agricola comunitaria dalla sua nascita. I tedeschi avevano bisogno di una riduzione dei propri contributi a favore della Cee; i francesi invece sono rimasti su una posizione di difesa ad oltranza di quella che era la vecchia politica agricola comunitaria e questo ha causato la rottura fra i due partners, diciamo di "riferimento", all’interno della politica dell’agricoltura europea. Questo ha permesso al ministro De Castro di inserirsi con una mossa anche astuta. Tutti noi dobbiamo riconoscergli capacità contrattuali non indifferenti, capacità di relazione con gli altri partners europei che hanno portato a stringere alleanze, a creare delle reti che hanno portato ad un risultato finale positivo. Il ministro De Castro è riuscito a creare questo blocco di minoranza cosiddetto con Svezia, Danimarca ed Inghilterra, la cosiddetta "banda dei 4", così la chiamano ormai a Bruxelles; blocco di minoranza vuol dire che poteva mettere il veto sulla decisione di approvazione dell’Agenda 2000 e sostanzialmente grazie a questo blocco di minoranza, stringendo l’occhio ai tedeschi per mettere i francesi in un angolo e farli diventare i veri perdenti di questa nuova politica agricola comunitaria, il ministro è riuscito ad ottenere molto. I 6 milioni di q.li di aumento della quota latte sono sicuramente un risultato al di sopra di tutte le aspettative; una settimana prima se ci avessero detto 3 milioni di quintali in più noi tutti avremmo gridato al successo, avremmo detto "questo è il massimo risultato che riusciamo a portare a casa". Sono stati 6 milioni di quintali. Il premio bovini per la macellazione, non più solo per l’allevamento, dal momento che noi siamo importatori di bestiame allevato e invece macelliamo molto, è un grosso risultato. L’aumento della superficie vitivinicola pure; il divieto di usare mosto di provenienza extraeuropea per la vinificazione è un altro grosso risultato. E allora facciamo anche uno sforzo di capire per quale motivo si è arrivati a questo buon risultato. Normalmente ci si pongono domande sui motivi di un certo evento quando è negativo per capirne le cause, per cercare di non ripeterlo. In questo caso mi sembra che il risultato sia stato molto positivo e vediamo di capire come ci si è arrivati. Innanzitutto questo è frutto di un diverso rapporto fra politica, istituzioni e mondo sindacale, avviato col tavolo verde di concertazione fra organizzazioni professionali e ministero dell’agricoltura che ha permesso sicuramente di portare un contributo rilevante nelle proposte italiane, come frutto di tutta la discussione che c’è stata all’interno del mondo sindacale, non solo all’interno di Confagricoltura ma di tutte le organizzazioni professionali. Sebbene ci siano state alcune differenziazioni, sebbene le posizioni non fossero tutte comuni, pensiamo al discorso delle quote, si è però riusciti a superarle per creare un fronte comune alle spalle del ministro; ciò ha significato mandare a Bruxelles un ministro con il sostegno del mondo agricolo organizzato e questa è una cosa importante, perchè questo ha permesso un altro punto di forza in queste trattative, e cioè una presa di posizione del governo molto forte. Nel momento in cui D’Alema ha posto la questione agricola come di massima urgenza e importanza per l’Italia, ha posto anche lì un potenziale diritto di veto. E quindi è importante capire che siamo arrivati ad ottenere questi risultati grazie all’unitarietà del mondo agricolo organizzato e grazie ad un nuovo rapporto con le istituzioni ed il governo. E poi c’è da dire un’altra cosa: se noi abbiamo ottenuto 6 milioni di quintali di latte di aumento a livello comunitario è anche perché finalmente ci siamo presentati al tavolo delle trattative con le carte in regola, con la credibilità di chi, pur essendo soggetto a una norma ingiusta, si fa carico di rispettarla per chiederne la modifica. Noi tutti sappiamo la grossa ingiustizia di avere delle quote latte che coprono circa il 60% del ns. fabbisogno. Noi per definizione eravamo condannati dalla CEE a essere un paese importatore; per ripulire le cisterne di latte dei francesi e tedeschi noi avevamo queste quote. L’ingiustizia era palese e non andiamo a chiederci come è nata l’accettazione da parte dell’Italia di queste quote perché andiamo lontano nel tempo e anche in discorsi spiacevoli, probabilmente. Però comunque in Europa come nel resto del mondo, in Italia no, le regole si rispettano. E questa nostra concezione italica per cui invece la norma si fa per poi aggirarla, può andar bene nel nostro paese, non può andar bene a livello comunitario. E infatti quando noi ci sedevamo al tavolo delle trattative per l’aumento delle quote del latte la risposta era sempre quella: "Taci tu, prima ti metti a posto e poi verrai a trattare". L’ingiustizia era palese e anche la Comunità Europea non poteva non capire la necessità dell’Italia di avere un aumento di quota; è significativo però che questo aumento sia avvenuto solamente quando noi siamo stati in grado di mettere a posto le nostre carte in casa. E in questo senso il decreto recentemente approvato per quanto riguarda le sanzioni e superprelievi è stato un passaggio obbligato ma necessario. Senza questo impegno formale e definitivo da parte del ministro di far rispettare le quote latte noi non saremmo mai riusciti a ottenere l’aumento di quote che abbiamo avuto a livello comunitario. E’ ovvio che questo chiaramente porterà dei grossissimi problemi e quindi Confagricoltura si deve battere per far sì che il pagamento di queste multe non porti alla morte delle ns. aziende, perché stiamo parlando di aziende dinamiche, che si sono sviluppate, non voglio dire la parte migliore della ns. zootecnia, perché non è vero. Moltissimi che non hanno splafonato sono degli ottimi produttori di latte e degli ottimi allevatori, forse anche migliori perché hanno capito che le regole vanno rispettate. Però non possiamo dimenticarci che all’interno di coloro che hanno splafonato ci sono le forze giovani della ns. agricoltura, aziende dinamiche e produttive che non possiamo abbandonare. Dai Cobas noi siamo stati additati come la causa della questione quote latte; si sono identificati nelle organizzazioni professionali i colpevoli, siamo stati indicati come i nemici. Io non voglio pensare ai Cobas come a dei nemici, sono agricoltori, sono agricoltori come me, sono agricoltori che io voglio rappresentare e difendere. E allora il tentativo di rendere la rateizzazione delle multe compatibile con la sopravvivenza delle imprese è un passo forte ed è stato portato da 3 a 5 anni, c’è quindi un periodo di tempo più lungo per far fronte al pagamento delle multe. Il tasso di interesse è il tasso di interesse legale, ma non ci basta ancora, lo vorremmo anche più basso e in questo guardo alle banche perché penso che la Cooperativa di Garanzia possa far qualcosa a livello locale per ridurre ulteriormente quel tasso di interesse legale del 2% e portarlo sostanzialmente a zero. Ma ci dobbiamo muovere anche a livello di possibilità di non far pagare le multe se ci sono degli appigli legali, questo deve essere molto chiaro; la posizione di Confagricoltura è stata una posizione molto chiara, coerente e ferma per tutta la vicenda quote latte: quella di dire vogliamo chiarezza, certezza e vogliamo legalità. La legalità vale anche nei confronti dello Stato; se lo Stato ha fatto una legge che ha di per se stessa dei motivi di illegalità, noi rivendichiamo la possibilità di fare ricorso. L’importante era aver la chiarezza e la certezza, arrivare a un punto fermo e non solo per la questione comunitaria di cui parlavo prima, ma anche per il fatto che io, imprenditore agricolo produttore di latte, voglio sapere quanto posso produrre, voglio avere certezze. Se anche accetto il sistema di quote come un sistema necessario per mantenere un prezzo elevato, voglio avere certezza del mio diritto produttivo, cosa che io non ho avuto fino ad ora. Prima la certezza, poi la chiarezza. Se ci sono quote di carta, se ci sono mannelli, se ci sono truffe, tiriamole fuori. L’appoggio alla Commissione Lecca è stato totale da parte di Confagricoltura. Purtroppo non si è arrivati a riconoscere le quote di carta in misura superiore ai 1.500.000 quintali; dovevano essere 20 milioni di quote di carta, sono molte di meno, sono l’1,5% del totale delle quote. Però è stato bene fare questa pulizia, è stato bene chiedere chiarezza e punizione delle truffe e della creazione delle quote di carta. Ma per ultimo dico: legalità. Le regole vanno rispettate ma anche lo Stato deve rispettare le regole. Se lo Stato mi dice che entro il 30 marzo mi deve pubblicare le quote, le deve pubblicare perché io devo sapere quanto produco. Il tentativo che il decreto abbia l’impatto meno traumatico possibile sui ns. allevamenti si traduce nel fatto di esserci battuti a livello parlamentare perché la rateizzazione assumesse delle dimensioni temporali più lunghe, quindi agevolazioni per gli imprenditori; ci dovremo battere per quanto riguarda il raggiungimento di tassi di interesse ancora più bassi di quello legale e poi, ripeto, se c’è la possibilità di fare ricorso, faremo ricorso. L’importante era fare punto fermo, ribadire chiarezza, legalità e certezza del latte. Peraltro le multe le abbiamo pagate tutte. Non dimentichiamoci che oggi il formaggio, non voglio creare allarmismi, non voglio fare delle cifre, sta vivendo un periodo di mercato gravissimo e questo è anche il risultato della sovrapproduzione che noi abbiamo avuto. E’ anche il risultato del non mantenimento delle quote. Certo mi si può dire: "se non le producevamo noi, le producevano i padani e perdevamo quote di mercato", però non dimentichiamoci che la crisi viene proprio dal Padano, da quel milione di forme in più che il Padano ha prodotto. Viene da quella rottura all’interno del Consorzio a causa della termizzazione che era sposata da alcune grosse case industriali proprio nell’ottica di una sempre maggiore quantità "produciamo, produciamo, produciamo". E’ da lì che viene la nostra crisi, viene dal Grana Padano perché poi quando si fa quantità non si può far qualità e quando non si fa qualità non può neanche chiamarsi prodotto DOP, come fa il Padano. E allora noi dobbiamo capire che non è tanto importante quanto produciamo, è importante quanto guadagniamo. Non mi interessa fare il doppio del latte, non mi interessa decuplicare la mia produzione se poi alla fine guadagno di meno. E’ questo che il Sindacato deve portare avanti e far capire ai propri associati: si deve trovare il prezzo maggiore, riuscire a fare qualità, concentrazione dell’offerta e via dicendo perchè così si fanno guadagnare di più i nostri agricoltori; non dobbiamo batterci per farli produrre di più se la produzione in aumento poi porta a una tale riduzione dei prezzi che poi alla fine il saldo è negativo. E su questo anche noi del Parmigiano Reggiano abbiamo avuto i ns. aumenti produttivi; diciamocelo chiaramente, negli ultimi 2 anni sono stati il 6-7% di aumento. Noi ormai abbiamo raggiunto quei 1.100.000 quintali di formaggio che è la punta massima nella storia del Parmigiano Reggiano; in rapporto al Grana Padano come percentuale sul mercato siamo diminuiti perché il Padano è aumentato ancora molto di più. Comunque 1.100.000 quintali è la punta massima della produzione di Parmigiano Reggiano della storia, ai livelli appunto del 1991-92 quando abbiamo preso un’altra crisi. Ed allora vengo a un discorso che purtroppo dobbiamo farci molto chiaramente: dell’inadeguatezza dei ns. agire sindacale, del ns. operare del mondo agricolo organizzato nel far fronte a queste crisi. Dobbiamo svegliarci, non possiamo continuare a vivere delle crisi che portano alla morte delle ns. aziende, alla chiusura dei ns. caseifici, a fallimenti di caseifici, fino a quando la crisi non si risolve semplicemente perché c’è meno gente che produce e quindi diminuendo la quantità offerta aumenta il prezzo e si torna in un circolo virtuoso. Io penso che nel 1991-92 – allora non c’ero, non ero un dirigente sindacale – le cose non fossero molto diverse. E allora è significativo che oggi ci stiamo dicendo ancora le stesse cose che ci dicevamo durante la precedente crisi, il che vuol dire che da allora non abbiamo fatto niente. E quando poi il formaggio va a 20-22.000 lire nessuno chiaramente più si preoccupa di fare trasparenza dell’informazione, aggregazione dell’offerta, politica di qualità, politica di promozione; a 20-22.000 lire ci stanno dentro tutti, scusatemi l’espressione, cani e porci, e quindi noi ci dimentichiamo, appena riprende il circolo virtuoso, dei periodi di crisi che abbiamo passato. Non dimentichiamoci però che la crisi lascia sul terreno tanti morti, e ne sta già lasciando; e noi non vogliamo uscire da questa crisi lasciando sulla strada i morti, perché il Sindacato deve agire, deve essere operativo prima che si arrivi a risolvere la situazione solamente grazie al fatto che chiudendo le aziende si diminuisce la quantità offerta e quindi il prezzo aumenta. Questa è una scarsa consolazione, anche perché non ci protegge dalle eventuali successive crisi che ci saranno sempre; il mercato del Parmigiano Reggiano ha un andamento ciclico, lo sappiamo bene qual è la causa: una fortissima frammentazione dell’offerta di prodotto, i 600 caseifici e una fortissima concentrazione della domanda del prodotto: i commercianti. Possiamo dire che li contiamo sulle dita delle mani: 5, 6, 7 grossi commercianti che fanno il mercato. Commercianti fra l’altro che lo sono anche di grana padano e magari anche strumentalmente scelgono cosa far andare di più o di meno, cosa far andare per tirare l’altro e viceversa. Di fronte a questa situazione noi non siamo riusciti ancora a trovare livelli di aggregazione dell’offerta che ci permettano di andare a trattare da pari a pari con i commercianti oppure direttamente con la grossa distribuzione. Per quale motivo noi non siamo in grado di creare un’agenzia di commercializzazione del prodotto anche partendo dal piccolo, dal locale? Non pensiamo a discorsi come il CLC, le cooperative di 2° grado che purtroppo hanno lasciato ferite profonde sulla ns. pelle, e purtroppo tante strade verso la concentrazione dell’offerta oggi risultano così difficilmente percorribili proprio perché queste ferite sono ancora aperte. Però anche iniziando da dimensioni minori, con discorsi differenziati da provincia a provincia, da zona a zona, perché non riusciamo a fare concentrazione dell’offerta? Io sto iniziando a illustrare una serie di proposte che sono passate all’interno del tavolo verde e che comunque noi organizzazioni professionali abbiamo portato avanti. Noi non abbiamo il compito istituzionale di metterle in pratica; noi dobbiamo segnalare un problema, studiarne le cause, analizzarne i motivi e trovarne le soluzioni. Non è compito istituzionale del sindacato fare concentrazione dell’offerta, questo spetta alle associazioni di prodotto. Come non è compito istituzionale quello di difendere la qualità e di promuovere il prodotto; questo è il compito del Consorzio di tutela del Parmigiano Reggiano. Io devo dire però che queste nostre proposte sono state fatte all’inizio di novembre; mi permetto di dire che Del Monte aveva ufficialmente voluto mettere a verbale che alcune di queste avrebbero dovuto essere rese operative entro un mese: sono passati 6 mesi e non abbiamo fatto niente. In questo senso dico che dobbiamo svegliarci, dobbiamo trovare una maggiore incisività del nostro operare e anche una maggiore unitarietà. Probabilmente spesso noi ci troviamo a dividerci su questioni purtroppo ancora legate a schieramenti ormai sorpassati; ogni sindacato ha la sua specificità, questo è vero, però le barriere ideologiche che una volta rendevano giustificabile questa distinzione oggi non ci sono più. Se vogliamo guardare i termini economici, alla centralità dell’impresa, alla necessità di agire appunto sull’economico per la difesa dei prodotti, su questo come organizzazioni professionali ci troviamo tutti d’accordo e su questo allora noi dobbiamo puntare per raggiungere una maggiore unitarietà del nostro comportamento e per essere più incisivi. Io dico: dopo 6 mesi non è possibile che noi non siamo ancora riusciti a prendere una sola iniziativa a livello operativo per risolvere il problema della crisi del Parmigiano Reggiano, che è un problema gravissimo. E ve lo dice uno che da imprenditore agricolo sente anche una certa frustrazione a fare sindacato e accorgersi che non si riesce a cambiare niente. E’ in questo senso che io faccio un appello all’unitarietà, faccio un appello al superamento di divisioni che tante volte possono essere superate solo con il buon senso. Molte volte – la colpa è di tutti, non voglio trovare colpevoli da una parte o dall’altra – ci si trova in distinzioni e divisioni che niente hanno a che fare con il benessere e lo sviluppo della ns. agricoltura. Sul Parmigiano Reggiano, prima parlavo di concentrazione dell’offerta e di agenzia di commercializzazione, necessaria per rapportarsi direttamente con la grande distribuzione. Lo sappiamo che ormai quello è il futuro. E’ sicuro che noi potremo ancora contare su un mercato di nicchia che ci permetterà di vendere il nostro Parmigiano Reggiano nella bottega alla moda del centro di Parma o di Milano, ma comunque la quantità sempre più rilevante passerà dalla grande distribuzione e noi di fronte alla grande distribuzione non ci possiamo presentare come caseificio, ma dobbiamo aggregare l’offerta: nel momento in cui aggreghiamo l’offerta dobbiamo poterci rapportare da pari a pari alla grande distribuzione. Bisogna guardare al mercato e noi non siamo capaci di farlo. Ripeto: se noi vogliamo fare qualità, e qualità nel Parmigiano Reggiano è chiaramente la parola d’ordine, dobbiamo essere in grado di farcela pagare, sennò moriremo. E sulla qualità bisogna anche dire che qualche sforzo in più bisognerebbe farlo. Nel momento in cui per esempio vogliamo difendere gli scarti, non stiamo facendo una politica di qualità. Nel momento in cui non capiamo che fino a quando il formaggio retinato viene venduto come Parmigiano Reggiano, e Parmigiano Reggiano non è, noi stiamo facendo una truffa, una frode ai danni del consumatore, perché quello non è Parmigiano Reggiano. Se andiamo a Napoli dicono che la retinatura è la corona, è il doppio marchio, il marchio extra, addirittura dicono che questo è il prodotto superscelto. E non è più solo a Napoli: nel mercato di Borgotaro c’è fuori esposto il retinato con su scritto "formaggio stagionato"; questo è sicuramente un problema di repressione frodi che il Consorzio si deve far carico di portare avanti, ma è anche un problema di impostazione di tutta la politica di qualità del Consorzio. E allora noi non dobbiamo aver paura di perdere qualche lira sul formaggio retinato se lo sbianchiamo, come noi abbiamo proposto; può darsi però che la nostra proposta sia troppo estremista. Troviamo un’altra forma, per cui il retinato sia un formaggio che non è Parmigiano Reggiano e il consumatore deve saperlo. Potremo perdere 2-3.000 lire al chilo, anche 5.000, ma se perdiamo 5.000 lire al kg. sul 10% della produzione e guadagniamo 1.000 lire sul restante 90% il saldo è fortemente positivo. Noi questo dobbiamo capire. E non possiamo usare il termine "qualità" solo per riempirci la bocca; dobbiamo farla veramente. Il nostro è il principe dei formaggi. In qualsiasi parte del mondo non abbiamo bisogno di nessuna campagna di marketing per far conoscere il nostro marchio, il nostro prodotto. Quando vogliono fare il grattugiato con dentro l’Emmental, lo chiamano comunque Parmesan, per ricordare che il principe dei formaggi è quello lì; e se non facciamo qualità e non la facciamo fino in fondo, perdiamo la fiducia del consumatore: una volta persa la sua fiducia, sarà impossibile spuntare un prezzo superiore. E allora qualità vuol dire problema della retinatura. Ripeto, non deve essere necessariamente la proposta della sbiancatura, troviamo un’altra forma. Qualità non significa però solo quello, qualità vuol dire libretto verde, alimentazione, controlli, e in questo senso io penso che il Consorzio debba ancora fare uno sforzo maggiore. Non voglio aprire una polemica sul discorso del piatto unico o unifeed; io sono molto perplesso che si stia andando verso una strada che ci porta a poter controllare in maniera sempre meno forte la ns. produzione in termini qualitativi. Non voglio entrare in un discorso che potrebbe risultare polemico, però l’unifeed lo liquido in due parole: non è né buono né cattivo. Se fatto bene, due volte al giorno, pulendo il carro con il pulivapor, utilizzando cereali che siano di prima scelta, utilizzando fieno senza terra e senza muffa, può andar bene. Posto che se si vogliono fare degli esperimenti, a casa mia gli esperimenti si fanno in maniera un po’ più scientifica, nel senso che si individuano le stalle che lo fanno, si tengono sotto controllo, si monitorano dalla A alla Z. Non un esperimento nel senso di lasciarlo fare a qualcuno e vedere poi come va a finire: questo scientificamente non può essere chiamato esperimento. Possiamo anche accettare che l’unifeed, se fatto bene, non sia negativo. Il problema è che mettiamo una bomba a orologeria nelle mani di gente che qualche volta invece queste cose non le presidia. E allora si incomincia a preparare il carro una volta al giorno, perché si è a febbraio e con 5° sottozero non fermenta, e poi due volte al giorno lo si fa magari anche d’estate. Alla fine si lascia il carro sotto il sole cocente a luglio, magari dalla mattina alla sera. Non voglio esagerare, però voglio dire che se noi facciamo qualità dobbiamo stare attenti a queste cose, dobbiamo capire che il consumatore ci mette poco a voltarci le spalle, a dire: il Parmigiano Reggiano si riempie la bocca di essere il re dei formaggi però poi a livello qualitativo non è all’altezza di quello che è il suo prezzo. E, torno a dirvi, noi facciamo qualità se siamo in grado di farcela pagare, sennò è inutile. Un’altra proposta era quella del Comitato Prezzi, perché assistiamo comunque a una distorsione di informazione all’interno del mercato del Parmigiano Reggiano che è rilevantissima. In termini economici si dicono "asimmetrie informative"; il fatto che ci siano 600 caseifici, un’offerta molto polverizzata e una domanda molto concentrata nelle mani di pochi commercianti vuol dire che le informazioni non circolano con i criteri economici della concorrenza perfetta. E quindi è necessario che si fissino dei criteri utilizzando naturalmente quanto è già stato fatto dal Consorzio in termini di osservatorio prezzi, per creare un comitato di presidenti di caseificio e membri del consorzio che all’interno di questo tavolo discutano i prezzi, diffondano le informazioni, facciano capire qual è il prezzo minimo e massimo in quel momento sul mercato. Altrimenti i ns. presidenti di caseificio sono nelle mani dei commercianti. E l’assimetria informativa in questo senso è penalizzante solamente a senso unico, nel senso dei caseifici. Ma non basta: dobbiamo poi porci il problema della promozione del ns. prodotto. Allora: concentrazione dell’offerta, informazione e diffusione dell’informazione sul mercato, qualità e poi promozione. Dov’è la promozione del ns. formaggio? Lo so che sono venuti meno i contributi della Comunità Europea e quindi il budget pubblicitario del Consorzio si è dovuto ridurre notevolmente, però non possiamo dire che stiamo pagando l’istituto di certificazione con i soldi che non destiniamo alla pubblicità, perché sennò abbiamo fatto una scelta sbagliata. E non è solo un problema di quantità della pubblicità che stiamo facendo, ma è anche un problema della qualità della pubblicità che noi facciamo. E su questo bisogna essere chiari: noi dobbiamo propagandare le qualità nutritive del ns. formaggio, non ci interessa vedere il vecchietto che sta morendo e poi fa il gestaccio dopo aver mangiato lo spicchio di Parmigiano Reggiano; noi dobbiamo dire che il nostro è l’unico formaggio che si stagiona naturalmente, senza formaldeide, senza isozime, senza termizzazione. Dobbiamo dire che il nostro è il formaggio con la materia grassa minore rispetto a problemi di colesterolo, è il formaggio che viene consigliato dai pediatri per i bambini; dobbiamo dire che stiamo vendendo formaggio e non acqua, non stiamo vendendo la Iocca che è acqua, stiamo vendendo materia. Queste cose noi dobbiamo dire, perché è su questo che noi riusciamo a convincere il consumatore che deve pagare qualcosa di più per il ns. formaggio. Possiamo poi inventarci tante altre cose, ad esempio fare pacchetti integrati con i prodotti mediterranei da esportare. Il problema del marketing è farsi conoscere: noi siamo già conosciuti in Europa con questo formaggio. Il problema del marketing è convincere delle proprie qualità: noi in Europa l’abbiamo già questa convinzione da parte dei consumatori. Vorrei aggiungere anche che dobbiamo guardare anche alla capacità, all’esperienza dei nostri casari nel fare il formaggio. Noi stiamo perdendo una classe di casari che si sta sempre più assottigliando per motivi anagrafici, e non ci sono i rincalzi. Stiamo incominciando ad assumere nei caseifici come casari gli indiani. Io non ho niente contro di loro: ho due mungitori stalla indiani che sono bravissimi, ma non possiamo perdere questo patrimonio di cultura e tradizione produttiva. Ed allora penso alla scuola casari: è necessario che queste tradizioni non vengano vanificate, che non si perdano e che all’interno di una scuola casari ci sia la possibilità di ridare un impulso alla loro categoria. Ho parlato di latte, ho parlato di Parmigiano Reggiano, purtroppo però si deve parlare della gravissima crisi dei suini. Si stima una perdita di circa 25 miliardi alla settimana: oggi il prezzo è 1.500 lire quando i costi di produzione oscillano fra i 2.200-2.500. E’ una crisi gravissima che ancora una volta, però trova implicato un prodotto di qualità come il prosciutto di Parma, che è un altro dei nostri fiori all’occhiello. E bisogna anche constatare che non si è mai o quasi mai verificata la concomitanza di crisi fra Parmigiano Reggiano e prosciutto; normalmente se andavano male i suini andava bene il Parmigiano, e viceversa, almeno negli ultimi anni. Probabilmente è proprio un sistema di qualità che deve essere rilanciato, ripensato e rivisto. Non può essere che col miglior prosciutto del mondo incassiamo 1.500 lire al kg dei ns. suini. C’è qualcosa che non funziona; sono meno esperto di questo settore, per questo chiedo all’ing. Sartori di essere più approfondito e preciso. Segnalo però questa cosa: è ancora coinvolto il discorso che la qualità non riusciamo a farcela pagare. Detto tutto ciò, è andato sicuramente bene il pomodoro: di questo settore non possiamo lamentarci. Un po’ meno bene le bietole, nel senso che hanno patito la gelata invernale. La qualità non è stata molto alta, ma la quantità sì. In generale peraltro questi sono due settori che purtroppo non pesano come il latte all’interno della provincia di Parma. Torno a dire che abbiamo di fronte una grossa sfida come sindacato: oggi siamo di fronte a una crisi gravissima, il prezzo del formaggio e dei suini non è mai stato così basso da anni. Abbiamo di fronte delle opportunità, ve le citavo prima in termini di Agenda 2000, ma soprattutto abbiamo di fronte delle opportunità in termini di produzioni di qualità. Abbiamo due prodotti fortissimi che sono il Parmigiano Reggiano e il Prosciutto di Parma e dobbiamo riuscire a farci remunerare la qualità che vendiamo: questo è un compito che il sindacato deve assumersi assieme al Consorzio del Prosciutto di Parma, al Consorzio del Parmigiano Reggiano e alle Associazioni di Prodotto, ma non possiamo pensare che dalle crisi si esca lasciando le aziende morte sulla strada, sennò non avremmo fatto il ns. compito di sindacato. Grazie. |