Ultima modifica:
20/07/07 - 19:32

Gli Argomenti: il Federalismo
Federalismo e Mezzogiorno
Il federalismo può essere visto dal sud come il pericolo di essere lasciati soli oppure  come l'opportunità di una rinascita culturale, economica e politica del meridione d'Italia.
Federalismo e Mezzogiorno    

:
Federalismo e Mezzogiorno (di Dario Ciccarelli)
Incrociare nozioni tecniche ed osservazioni di senso comune può essere un modo proficuo per procedere alla ricerca di soluzioni socialmente vantaggiose.
Non fornirò dunque risposte organiche o scientifiche alle domande sui possibili benefìci del federalismo in Italia, né tenterò di approdare ad un modello definito e completo di Stato federale; proverò invece a ragionare sulle improcrastinabili necessità di affermare una cultura di responsabilizzazione civile nel Mezzogiorno e di modernizzare il sistema di assunzione e di implementazione delle decisioni afferenti questioni di rilevanza collettiva.
Letto in questa maniera, che mi pare la più feconda, il Federalismo rappresenta un metodo per affrontare il problema dell'organizzazione delle comunità. Non spaventi il fatto che il tema tocca aspetti tecnico-giuridici come la ripartizione delle competenze, insieme a quelli - meno certi ma non meno importanti - di carattere politico-culturale, dell'appartenenza, dell'identità. Ogni azienda, ogni famiglia, ogni tribù, ogni clan, ogni organizzazione vive e si nutre di entrambi questi aspetti.
La storia del nostro Paese è una storia che si può leggere come la costante prevalenza dell'esigenza di raggiungere la migliore soluzione possibile, sotto il profilo dei risultati di breve termine, rispetto a quella, magari non ottimizzante nell'immediato, di costruire una struttura sociale di successo [si pensi agli armistizi e ai ribaltoni].
Si è quindi da sempre privilegiato l'aspetto del risultato su quello del processo, trascurando di considerare gli effetti strutturali di una soluzione rispetto all'altra, gli esiti di lungo termine che una determinata opzione politica avrebbe comportato in prospettiva.
Detto in maniera più chiara e sintetica, in Italia la funzione politica si è identificata con la militanza partitica e con la microgestione amministrativa, inadempiendo alla vera missione di ogni classe politica, quella di contribuire a costruire una coscienza civile che rappresenti l'unica base solida e durevole per appoggiarvi processi autonomi, mutevoli e multiformi di sviluppo economico e sociale.
L'efficacia dell'organizzazione - Stato in Italia non va quindi misurata con gli indici distorti e distorcenti delle statistiche ufficiali. 
Misurare l'entità del fenomeno criminale nel Mezzogiorno sulla base degli eventi delittuosi denunciati è un metodo politico di rispondere ai problemi delle persone che impedisce la stessa percezione di quei problemi. 
Nessuna statistica registrerà infatti le tensioni di una famiglia al rientro a casa a tarda ora, nessun dato consentirà di rilevare l'innaturale sudditanza cui le persone miti devono soggiacere silenziosamente in tanti episodi quotidiani di vita scolastica, aziendale, automobilistica.
Lo sterile slancio razionalistico onnisciente della politica centralistica dello Stato nazionale è ormai superata dalla storia, dalla teoria, dai fatti.
La qualità della convivenza civile dipende non dai dati di una tabella statistica ma dallo stato d'animo delle persone, dalla psicologia della cittadinanza, dalla simbologia più che dall'azione istituzionale.
Bisogna dunque ritornare ai dati basilari su cui si fondano le regole sociali di una comunità; bisogna prendere atto che non è possibile bypassare i modi diffusi di pensare, le consuetudini sociali, le regole tacite, i comportamenti radicati, i diversi schemi di razionalità locale.
Se non ragioniamo su questo non capiremo mai perché l'Amministrazione francese funziona e quella italiana no, perché i servizi pubblici in Emilia Romagna funzionano ed in Campania no, perché Napoli è sporca e Parma è pulita, e così via.
Una forte e distinta sensibilità politica locale deve guidare l'azione di governo, intesa non come sovrapposizione autoritaria ma come guida consapevole e riconosciuta di processi differenziati di sviluppo culturale e civile.
Il federalismo è dunque il terreno in cui si conciliano e si completano libertà individuale e azione collettiva, regole ed autonomia, autorità e responsabilità, certezze e flessibilità.
Ciascuno colloca tra le restrizioni intollerabili solo quelle provenienti dall'Autorità che non riconosce. 
Nessuno si sognerebbe di contestare i vincoli posti dall'autorità paterna: ciò non perché condivide nel merito quelle restrizioni ma semplicemente perché riconosce la legittimità dell'organizzazione sociale su cui esse si fondano.
Nel Mezzogiorno d'Italia le regole poste dall'ordinamento giuridico statale non regolano il funzionamento della società meridionale. Nonostante gli sforzi che i poteri pubblici compiono ormai da più di un secolo, il Sud Italia continua ad osservare altri schemi di autorità che, sostanzialmente non governati, hanno condotto al costante sopruso, alla delinquenza diffusa, alla criminalità dilagante.
L'obiettivo delle istituzioni pubbliche deve essere dunque anzitutto quello di costruire una cornice di legittimità riconosciuta. 
Il Federalismo rappresenta in questo senso la nuova, ultima politica meridionalistica. L'autogoverno del Mezzogiorno può davvero costituire quel momento in cui dimensione individualistica e dimensione pubblica si ricongiungono, rimuovendo lentamente ma definitivamente la vera causa dei mali del mezzogiorno: l'alterità tra interessi privati ed interessi pubblici.
La svolta federalista deve ambire a ricomporre il binomio agendo sull'elemento di riferimento non sul modo in cui esso è vissuto. Il Federalismo al Sud deve aspirare a generare macrofenomeni di partecipazione politica diffusa, ma allo stesso tempo attivare microcomportamenti virtuosi in cui "quello che è di tutti" sia finalmente avvertito come "di ciascuno".
Una cultura di responsabilizzazione politica e civile comporta l'impossibilità del favoritismo particolaristico che si alimenta della consapevole esistenza di un "altro" che si va ad eludere o a raggirare. Gli amministratori non saranno l'Autorità despota che esige ma che non fornisce: essi devono essere "sentiti" come i leader di un'organizzazione di cui si è parte, al cui successo o al cui fallimento ciascuno contribuisce.
Se non comprendiamo questo, continueremo ad ignorare le sollecitazioni che provengono dalla letteratura economica dei distretti industriali, dagli studiosi dello sviluppo locale, che sottolineano (da North a Putnam, da Williamson a Becattini, da Bagnasco a Trigilia, da Giddens ad Hirschman) il ruolo decisivo nei processi di crescita economica di un tessuto sociale compatto fatto di regole condivise e rispettate. Lo stesso Adam Smith, il padre del liberismo economico, poneva - nel suo scritto "Teoria dei sentimenti morali" - la "sympathy come elemento costitutivo dell'efficienza collettiva. Mercato politico, mercato economico ed interazioni civili interagiscono e codeterminano la qualità pluiridimensionale di un territorio.
L'idea che le patologie civili, penali, fiscali dipendano dalla mancanza del controllo statale è un'idea malsana che ha fatto disastri: essa va aggredita nei suoi riferimenti primordiali. Il Federalismo può generare incisive ed efficaci forme di controllo reciproco tra le persone, dove la sanzione è irrogata all'istante nella forma di una condanna sociale.
Affidare il rispetto delle regole a persone appositamente preposte ha dato luogo ad un gigantismo amministrativo e ad una burocratizzazione degli addetti. Rafforzare la consapevolezza e la dimensione pubblica delle mentalità e dei comportamenti di ciascun cittadino costituisce invece un sano e proficuo esercizio di autonomia e di responsabilizzazione diffusa; d'altronde nessuna organizzazione sociale può resistere nella contrapposizione netta dei valori di riferimento: immaginare di assumere come dato ineluttabile le devianze è metodo privo di buon senso.
Queste considerazioni trovavano spazio ed autorevole collocazione nel pensiero di Luigi Sturzo. L’antistatalismo di Don Sturzo ha origine innanzitutto da motivazioni di carattere morale: lo Stato al centro del sistema è una mostruosità immorale, perché umilia la dignità dell’uomo, creato per essere protagonista e libero, soggetto soltanto alla propria coscienza e non ai diktat di uno Stato tuttofare. Non si può favorire lo sviluppo di una società civile, se a prevalere è lo stato panteista , lo stato factotum, lo stato tanto sottilmente manipolatore delle menti dei suoi sudditi che pone a parole molta più enfasi sui diritti anziché sui doveri. 
In sintesi, lo stato panteista dice ai suoi sudditi: "fidatevi di me, ci penso io a farvi stare bene"; questo messaggio suadente è quanto di più diseducante si possa immaginare per la persona umana, che è invece chiamata a vivere responsabilmente, cioè a fare buon uso del bene più prezioso di cui dispone: la libertà.
Buon uso, perché nel concetto di libertà è implicita la più pericolosa delle libertà: la libertà di sbagliare. Libertà pericolosa, ma necessaria al dispiegarsi del processo dialettico del bene e del male di cui è fatta (e continuerà sempre ad essere fatta) la storia dell’umanità.
Nelle distorsioni della cultura statalista la soluzione dei problemi del Mezzogiorno si trasferisce invece fuori di esso: la forza del codice genetico delle comunità meridionali, inselvatichite dai tentativi di addomesticamento e di omologazione statocentrica, ha saputo invece trasmettere, di generazione in generazione, i blocchi originari di quelle culture, pur alterato, in negativo, dagli attacchi di persone e idee lontane e irrispettose.
Federalismo dunque come riorganizzazione  della società: non si pensi tuttavia ad un'arida operazione di ingegneria organizzativa od istituzionale. 
Oggi gli stessi studi organizzativi non mancano di considerare la rilevanza dei concetti di adesione valoriale, di controllo di clan, di cultura aziendale, di leadership, di potere.
Partendo da queste categorie analitiche, diventa auspicabile l'apertura di un ampio dibattito capace di considerare "variabili" e non dati immodificabili anche il dogma della tripartizione dei poteri, l'esistenza di un diritto amministrativo, la configurazione delle relazioni pubblico-privato. 
Non troverei scandaloso pensare ad una polizia diretta dal Sindaco o alla facoltà per un certo numero di Consigli circoscrizionali di votare la sfiducia dell'Amministrazione comunale. 
D'altronde, addentrandosi con un po’ di coraggio in queste materie, si può osservare con soddisfazione come esistano una pluralità di fenomeni e Soggetti (Authorities; Ordinanze di necessità ed urgenza; Decreti-legge; Giudici di Pace; Vigilanza privata; Guardie del corpo; Patti Territoriali; Conferenza Stato-Regioni; Organizzazioni non lucrative di utilità sociale etc.) che di fatto, seppure per la via meno nobile della tecnocrazia asettica, hanno già intaccato pesantemente quell'ipocrita edificio di certezze costituito dallo Stato ottocentesco.
Concludendo con Gaetano Salvemini, "Non basta che l'idea federalista venga affermata nelle pagine di un libro; bisogna che diventi programma politico dei partiti democratici".