Gli
Argomenti: il Federalismo
Federalismo e Mezzogiorno
| Il
federalismo può essere visto dal sud come il pericolo
di essere lasciati soli oppure come l'opportunità
di una rinascita culturale, economica e politica del meridione
d'Italia. |
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:
Federalismo
e Mezzogiorno (di Dario Ciccarelli)
Incrociare nozioni
tecniche ed osservazioni di senso comune può essere un
modo proficuo per procedere alla ricerca di soluzioni socialmente
vantaggiose.
Non fornirò
dunque risposte organiche o scientifiche alle domande sui possibili
benefìci del federalismo in Italia, né tenterò
di approdare ad un modello definito e completo di Stato federale;
proverò invece a ragionare sulle improcrastinabili necessità
di affermare una cultura di responsabilizzazione civile nel Mezzogiorno
e di modernizzare il sistema di assunzione e di implementazione
delle decisioni afferenti questioni di rilevanza collettiva.
Letto in questa
maniera, che mi pare la più feconda, il Federalismo rappresenta
un metodo per affrontare il problema dell'organizzazione delle
comunità. Non spaventi il fatto che il tema tocca aspetti
tecnico-giuridici come la ripartizione delle competenze, insieme
a quelli - meno certi ma non meno importanti - di carattere politico-culturale,
dell'appartenenza, dell'identità. Ogni azienda, ogni famiglia,
ogni tribù, ogni clan, ogni organizzazione vive e si nutre
di entrambi questi aspetti.
La storia del
nostro Paese è una storia che si può leggere come
la costante prevalenza dell'esigenza di raggiungere la migliore
soluzione possibile, sotto il profilo dei risultati di breve termine,
rispetto a quella, magari non ottimizzante nell'immediato, di
costruire una struttura sociale di successo [si pensi agli armistizi
e ai ribaltoni].
Si è quindi
da sempre privilegiato l'aspetto del risultato su quello del processo,
trascurando di considerare gli effetti strutturali di una soluzione
rispetto all'altra, gli esiti di lungo termine che una determinata
opzione politica avrebbe comportato in prospettiva.
Detto in maniera
più chiara e sintetica, in Italia la funzione politica
si è identificata con la militanza partitica e con la microgestione
amministrativa, inadempiendo alla vera missione di ogni classe
politica, quella di contribuire a costruire una coscienza civile
che rappresenti l'unica base solida e durevole per appoggiarvi
processi autonomi, mutevoli e multiformi di sviluppo economico
e sociale.
L'efficacia dell'organizzazione
- Stato in Italia non va quindi misurata con gli indici distorti
e distorcenti delle statistiche ufficiali.
Misurare l'entità
del fenomeno criminale nel Mezzogiorno sulla base degli eventi
delittuosi denunciati è un metodo politico di rispondere
ai problemi delle persone che impedisce la stessa percezione di
quei problemi.
Nessuna statistica
registrerà infatti le tensioni di una famiglia al rientro
a casa a tarda ora, nessun dato consentirà di rilevare
l'innaturale sudditanza cui le persone miti devono soggiacere
silenziosamente in tanti episodi quotidiani di vita scolastica,
aziendale, automobilistica.
Lo sterile slancio
razionalistico onnisciente della politica centralistica dello
Stato nazionale è ormai superata dalla storia, dalla teoria,
dai fatti.
La qualità
della convivenza civile dipende non dai dati di una tabella statistica
ma dallo stato d'animo delle persone, dalla psicologia della cittadinanza,
dalla simbologia più che dall'azione istituzionale.
Bisogna dunque
ritornare ai dati basilari su cui si fondano le regole sociali
di una comunità; bisogna prendere atto che non è
possibile bypassare i modi diffusi di pensare, le consuetudini
sociali, le regole tacite, i comportamenti radicati, i diversi
schemi di razionalità locale.
Se non ragioniamo
su questo non capiremo mai perché l'Amministrazione francese
funziona e quella italiana no, perché i servizi pubblici
in Emilia Romagna funzionano ed in Campania no, perché
Napoli è sporca e Parma è pulita, e così
via.
Una forte e distinta
sensibilità politica locale deve guidare l'azione di governo,
intesa non come sovrapposizione autoritaria ma come guida consapevole
e riconosciuta di processi differenziati di sviluppo culturale
e civile.
Il federalismo
è dunque il terreno in cui si conciliano e si completano
libertà individuale e azione collettiva, regole ed autonomia,
autorità e responsabilità, certezze e flessibilità.
Ciascuno colloca
tra le restrizioni intollerabili solo quelle provenienti dall'Autorità
che non riconosce.
Nessuno si sognerebbe
di contestare i vincoli posti dall'autorità paterna: ciò
non perché condivide nel merito quelle restrizioni ma semplicemente
perché riconosce la legittimità dell'organizzazione
sociale su cui esse si fondano.
Nel Mezzogiorno
d'Italia le regole poste dall'ordinamento giuridico statale non
regolano il funzionamento della società meridionale. Nonostante
gli sforzi che i poteri pubblici compiono ormai da più
di un secolo, il Sud Italia continua ad osservare altri schemi
di autorità che, sostanzialmente non governati, hanno condotto
al costante sopruso, alla delinquenza diffusa, alla criminalità
dilagante.
L'obiettivo delle
istituzioni pubbliche deve essere dunque anzitutto quello di costruire
una cornice di legittimità riconosciuta.
Il Federalismo
rappresenta in questo senso la nuova, ultima politica meridionalistica.
L'autogoverno del Mezzogiorno può davvero costituire quel
momento in cui dimensione individualistica e dimensione pubblica
si ricongiungono, rimuovendo lentamente ma definitivamente la
vera causa dei mali del mezzogiorno: l'alterità tra interessi
privati ed interessi pubblici.
La svolta federalista
deve ambire a ricomporre il binomio agendo sull'elemento di riferimento
non sul modo in cui esso è vissuto. Il Federalismo al Sud
deve aspirare a generare macrofenomeni di partecipazione politica
diffusa, ma allo stesso tempo attivare microcomportamenti virtuosi
in cui "quello che è di tutti" sia finalmente avvertito
come "di ciascuno".
Una cultura di
responsabilizzazione politica e civile comporta l'impossibilità
del favoritismo particolaristico che si alimenta della consapevole
esistenza di un "altro" che si va ad eludere o a raggirare. Gli
amministratori non saranno l'Autorità despota che esige
ma che non fornisce: essi devono essere "sentiti" come i leader
di un'organizzazione di cui si è parte, al cui successo
o al cui fallimento ciascuno contribuisce.
Se non comprendiamo
questo, continueremo ad ignorare le sollecitazioni che provengono
dalla letteratura economica dei distretti industriali, dagli studiosi
dello sviluppo locale, che sottolineano (da North a Putnam, da
Williamson a Becattini, da Bagnasco a Trigilia, da Giddens ad
Hirschman) il ruolo decisivo nei processi di crescita economica
di un tessuto sociale compatto fatto di regole condivise e rispettate.
Lo stesso Adam Smith, il padre del liberismo economico, poneva
- nel suo scritto "Teoria dei sentimenti morali" - la "sympathy
come elemento costitutivo dell'efficienza collettiva. Mercato
politico, mercato economico ed interazioni civili interagiscono
e codeterminano la qualità pluiridimensionale di un territorio.
L'idea che le
patologie civili, penali, fiscali dipendano dalla mancanza del
controllo statale è un'idea malsana che ha fatto disastri:
essa va aggredita nei suoi riferimenti primordiali. Il Federalismo
può generare incisive ed efficaci forme di controllo reciproco
tra le persone, dove la sanzione è irrogata all'istante
nella forma di una condanna sociale.
Affidare il rispetto
delle regole a persone appositamente preposte ha dato luogo ad
un gigantismo amministrativo e ad una burocratizzazione degli
addetti. Rafforzare la consapevolezza e la dimensione pubblica
delle mentalità e dei comportamenti di ciascun cittadino
costituisce invece un sano e proficuo esercizio di autonomia e
di responsabilizzazione diffusa; d'altronde nessuna organizzazione
sociale può resistere nella contrapposizione netta dei
valori di riferimento: immaginare di assumere come dato ineluttabile
le devianze è metodo privo di buon senso.
Queste considerazioni
trovavano spazio ed autorevole collocazione nel pensiero di Luigi
Sturzo. L’antistatalismo di Don Sturzo ha origine innanzitutto
da motivazioni di carattere morale: lo Stato al centro del sistema
è una mostruosità immorale, perché umilia
la dignità dell’uomo, creato per essere protagonista e
libero, soggetto soltanto alla propria coscienza e non ai diktat
di uno Stato tuttofare. Non si può favorire lo sviluppo
di una società civile, se a prevalere è lo stato
panteista , lo stato factotum, lo stato tanto sottilmente manipolatore
delle menti dei suoi sudditi che pone a parole molta più
enfasi sui diritti anziché sui doveri.
In sintesi, lo
stato panteista dice ai suoi sudditi: "fidatevi di me, ci penso
io a farvi stare bene"; questo messaggio suadente è quanto
di più diseducante si possa immaginare per la persona umana,
che è invece chiamata a vivere responsabilmente, cioè
a fare buon uso del bene più prezioso di cui dispone: la
libertà.
Buon uso, perché
nel concetto di libertà è implicita la più
pericolosa delle libertà: la libertà di sbagliare.
Libertà pericolosa, ma necessaria al dispiegarsi del processo
dialettico del bene e del male di cui è fatta (e continuerà
sempre ad essere fatta) la storia dell’umanità.
Nelle distorsioni
della cultura statalista la soluzione dei problemi del Mezzogiorno
si trasferisce invece fuori di esso: la forza del codice genetico
delle comunità meridionali, inselvatichite dai tentativi
di addomesticamento e di omologazione statocentrica, ha saputo
invece trasmettere, di generazione in generazione, i blocchi originari
di quelle culture, pur alterato, in negativo, dagli attacchi di
persone e idee lontane e irrispettose.
Federalismo dunque
come riorganizzazione della società: non si pensi
tuttavia ad un'arida operazione di ingegneria organizzativa od
istituzionale.
Oggi gli stessi
studi organizzativi non mancano di considerare la rilevanza dei
concetti di adesione valoriale, di controllo di clan, di cultura
aziendale, di leadership, di potere.
Partendo da queste
categorie analitiche, diventa auspicabile l'apertura di un ampio
dibattito capace di considerare "variabili" e non dati immodificabili
anche il dogma della tripartizione dei poteri, l'esistenza di
un diritto amministrativo, la configurazione delle relazioni pubblico-privato.
Non troverei scandaloso
pensare ad una polizia diretta dal Sindaco o alla facoltà
per un certo numero di Consigli circoscrizionali di votare la
sfiducia dell'Amministrazione comunale.
D'altronde, addentrandosi
con un po’ di coraggio in queste materie, si può osservare
con soddisfazione come esistano una pluralità di fenomeni
e Soggetti (Authorities; Ordinanze di necessità ed urgenza;
Decreti-legge; Giudici di Pace; Vigilanza privata; Guardie del
corpo; Patti Territoriali; Conferenza Stato-Regioni; Organizzazioni
non lucrative di utilità sociale etc.) che di fatto, seppure
per la via meno nobile della tecnocrazia asettica, hanno già
intaccato pesantemente quell'ipocrita edificio di certezze costituito
dallo Stato ottocentesco.
Concludendo con
Gaetano Salvemini, "Non basta che l'idea federalista venga affermata
nelle pagine di un libro; bisogna che diventi programma politico
dei partiti democratici".
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