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Via
il Prefetto!
di
Luigi Einaudi
Proporre,
in Italia ed in qualche altro paese di Europa, di abolire il
"prefetto" sembra stravaganza degna di manicomio. Istituzione
veneranda, venuta a noi dalla notte dei tempi, il prefetto è
quasi sinonimo di governo e, lui scomparso, sembra non esistere
più nulla. Chi comanda e chi esegue fuor dalla capitale?
Come opera l'amministrazione pubblica? In verità, il
prefetto è una lue che fu inoculata nel corpo politico
italiano da Napoleone. Gli antichi governi erano, prima della
rivoluzione francese, assoluti solo di nome, e di fatto vincolati
d'ogni parte, dai senati e dalle camere dei conti o magistrati
camerali, gelosissimi del loro potere di rifiutare la registrazione
degli editti regii, che, se non registrati, non contavano nulla,
dai corpi locali privilegiati, auto-eletti per cooptazione dei
membri in carica, dai patti antichi di infeudazione, di dedizione
e di annessione, dalle consuetudini immemorabili. Gli stati
italiani governavano entro i limiti posti dalle "libertà"
locali, territoriali e professionali. Spesso "le libertà"
municipali e regionali erano "privilegi" di ceti, di nobili,
di corporazioni artigiane ed erano dannose all'universale Nella
furia di strappare i privilegi, la rivoluzione francese distrusse,
continuando l'opera iniziata dai Borboni, le libertà
locali; e Napoleone, dittatore all'interno, amante dell'ordine,
sospettoso, come tutti i tiranni, di ogni forza indipendente,
spirituale o temporale, perfeziono l'opera. I governi restaurati
trovarono comodo di non restaurare, se non di nome, gli antichi
corpi limitatori e conservarono il prefetto napoleonico. L'Italia
nuova, preoccupata di rinsaldare le membra disiecta degli antichi
ex-stati in un corpo unico, immagino che il federalismo fosse
il nemico ed estese il sistema prefettizio anche a quelle parti
d'Italia, come le province ex-austriache, nelle quali la lue
erasi infiltrata con manifestazioni attenuate. Si credette di
instaurare libertà e democrazia e si foggiò lo
strumento della dittatura.
Democrazia
e prefetto repugnano profondamente l'una all'altro. Né
in Italia, né in Francia, né in Spagna, né
in Prussia si ebbe mai e non si avrà mai democrazia,
finche esisterà il tipo di governo accentrato, del quale
è simbolo il prefetto. Coloro i quali parlano di democrazia
e di costituente e di volontà popolare e di autodecisione
e non si accorgono del prefetto, non sanno quel che si dicono.
Elezioni, libertà di scelta dei rappresentanti, camere,
parlamenti, costituenti, ministri responsabili sono una lugubre
farsa nei paesi a governo accentrato del tipo napoleonico. Gli
uomini di stato anglo-sassoni, i quali invitano i popoli europei
a scegliersi la forma di governo da essi preferita, trasportano
inconsciamente parole e pensieri propri dei loro paesi a paesi
nei quali le medesime parole hanno un significato del tutto
diverso. Forse i soli europei del continente, i quali sentendo
quelle parole le intendono nel loro significato vero sono, insieme
con gli scandinavi, gli svizzeri; e questi non hanno nulla da
imparare, perché quelle parole sentono profondamente
da sette secoli. Essi sanno che la democrazia comincia dal comune,
che e cosa dei cittadini, i quali non solo eleggono i loro consiglieri
e sindaci o presidenti o borgomastri, ma da se, senza intervento
e tutela e comando di gente posta fuori del comune od a questo
sovrapposta, se lo amministrano, se lo mandano in malora o lo
fanno prosperare. L'auto-governo continua nel cantone, il quale
e un vero stato, il quale da se si fa le sue leggi, se le vota
nel suo parlamento e le applica. Il governo federale, a sua
volta, per le cose di sua competenza, ha un parlamento per deliberare
le leggi sue proprie ed un consiglio federale per applicarle
ed amministrarle. E tutti questi consessi ed i 25 cantoni e
mezzi cantoni e la confederazione hanno così numerosissimi
legislatori e centinaia di ministri, grossi e piccoli, tutti
eletti, ognuno dei quali attende alle cose proprie, senza vedersi
mai tra i piedi il prefetto, ossia la longa manus del ministro
o governo piu grosso, il quale insegni od ordini il modo di
sbrigare le faccende proprie dei ministri più piccoli.
Cosi pure si usa governare in Inghilterra, con altre formule
di parrocchie, borghi, città, contee, regni e principati;
cosi si fa negli Stati Uniti, nelle federazioni canadese, sudafricana,
australiana e nella Nuova Zelanda. Nei paesi dove la democrazia
non è una vana parola, la gente sbriga da se le proprie
faccende locali (che negli Stati Uniti si dicono anche statali),
senza attendere il la od il permesso dal governo centrale. Cosi
si forma una classe politica numerosa, scelta per via di vagli
ripetuti. Non è certo che il vaglio funzioni sempre a
perfezione; ma prima di arrivare ad essere consigliere federale
o nazionale in Svizzera, o di essere senatore o rappresentante
nel congresso nord americano, bisogna essersi fatto conoscere
per cariche coperte nei cantoni o negli stati; ed essersi guadagnato
una qualche fama di esperto ed onesto amministratore. La classe
politica non si forma da sé, ne è creata dal fiat
di una elezione generale. Ma si costituisce lentamente dal basso;
per scelta fatta da gente che conosce personalmente le persone
alle quali delega la amministrazione delle cose locali piccole;
e poi via via quelle delle cose nazionali od inter-statali più
grosse.
La
classe politica non si forma tuttavia se l'eletto ad amministrare
le cose municipali o provinciali o regionali non è pienamente
responsabile per l'opera propria. Se qualcuno ha il potere di
dare a lui ordini o di annullare il suo operato, l'eletto non
è responsabile e non impara ad amministrare. Impara ad
ubbidire, ad intrigare, a raccomandare, a cercare appoggio.
Dove non esiste il governo di se stessi e delle cose proprie,
in che consiste la democrazia?
Finche
esisterà in Italia il prefetto, la deliberazione e l'attuazione
non spetteranno al consiglio municipale ed al sindaco, al consiglio
provinciale ed al presidente; ma sempre e soltanto al governo
centrale, a Roma; o, per parlar più concretamente, al
ministro dell'interno. Costui è il vero padrone della
vita amministrativa e politica dell'intero stato. Attraverso
i suoi organi distaccati, le prefetture, il governo centrale
approva o non approva i bilanci comunali e provinciali, ordina
l'iscrizione di spese di cui i cittadini farebbero a meno, cancella
altre spese, ritarda l'approvazione ed intralcia il funzionamento
dei corpi locali. Chi governa localmente di fatto non è
né il sindaco né il consiglio comunale o provinciale;
ma il segretario municipale o provinciale. Non a caso egli è
stato oramai attruppato tra i funzionari statali. Parve un sopruso
della dittatura ed era la logica necessaria deduzione del sistema
centralistico. Chi, se non un funzionario statale, può
interpretare ed eseguire le leggi, i regolamenti, le circolari,
i moduli i quali quotidianamente, attraverso le prefetture,
arrivano a fasci da Roma per ordinare il modo di governare ogni
piu piccola faccenda locale? Se talun cittadino si informa del
modo di sbrigare una pratica dipendente da una legge nuova,
la risposta è:
non sono ancora arrivate le istruzioni, non e ancora compilato
il regolamento; lo si aspetta di giorno in giorno. A nessuno
viene in mente del ministero, l'idea semplice che l'eletto locale
ha il diritto e il dovere di interpretare lui la legge, salvo
a rispondere dinnanzi agli elettori della interpretazione data?
Che cosa fu e che cosa tornerà ad essere l'eletto del
popolo in uno stato burocratico accentrato? Non un legislatore,
non un amministratore; ma un tale, il cui merito principale
e di essere bene introdotto nei capoluoghi di provincia presso
prefetti, consiglieri e segretari di prefettura, provveditori
agli studi, intendenti di finanza, ed a Roma, presso i ministri,
sotto-segretari di stato e, meglio e più, perché
di fatto più potenti, presso direttori generali, capi-divisione,
segretari, vice-segretari ed uscieri dei ministeri. Il malvezzo
di non muovere la " pratica " senza una spinta, una raccomandazione
non è recente né ha origine dal fascismo. E' antico
ed e proprio del sistema. Come quel ministro francese, guardando
l'orologio, diceva: a quest'ora, nella terza classe di tutti
i licei di Francia, i professori spiegano la tal pagina di Cicerone;
così si può dire di tutti gli ordini di scuole
italiane. Pubbliche o private, elementari o medie od universitarie,
tutto dipende da Roma: ordinamento, orari, tasse, nomine degli
insegnanti, degli impiegati di segreteria, dei portieri e dei
bidelli, ammissioni degli studenti, libri di testo, ordine degli
esami, materie insegnate. I fascisti concessero per scherno
l'autonomia alle università; ma era logico che nel sistema
accentrato le università fossero, come subito ridiventarono,
una branca ordinaria dell'amministrazione pubblica; ed era logico
che prima del 1922 i deputati elevassero querele contro quelle
che essi imprudentemente chiamarono le camorre dei professori
di università, i quali erano riusciti, in mezzo secolo
di sforzi perseveranti e di costumi anti-accentratori a poco
a poco originati dal loro spirito di corpo, a togliere ai ministri
ogni potere di scegliere e di trasferire gli insegnanti universitari
e quindi ogni possibilità ai deputati di raccomandare
e promuovere intriganti politici a cattedre.
Agli
occhi di un deputato uscito dal suffragio universale ed investito
di una frazione della sovranità popolare, ogni resistenza
di corpi autonomi, di enti locali, di sindaci decisi a far valere
la volontà dei loro amministrati appariva camorra, sopruso
o privilegio. La tirannia del centro, la onnipotenza del ministero,
attraverso ai prefetti, si converte nella tirannia degli eletti
al parlamento. Essi sanno di essere i ministri del domani, sanno
che chi di loro diventerà ministro dell'interno, disporrà
della leva di comando del paese; sanno che nessun presidente
del consiglio può rinunciare ad essere ministro dell'interno
se non vuol correre il pericolo di vedere "farsi" le elezioni
contro di lui dal collega al quale egli abbia avuto la dabbenaggine
di abbandonare quel ministero, il quale dispone delle prefetture,
delle questure e dei carabinieri; il quale comanda a centinaia
di migliaia di funzionari piccoli e grossi, ed attraverso concessioni
di sussidi, autorizzazioni di spese, favori di ogni specie adesca
e minaccia sindaci, consiglieri, presidenti di opere pie e di
enti morali. A volta a volta servo e tiranno dei funzionari
che egli ha contribuito a far nominare con le sue raccomandazioni
e dalla cui condiscendenza dipende l'esito delle pratiche dei
suoi elettori, il deputato diventa un galoppino, il cui tempo
più che dai lavori parlamentari è assorbito dalle
corse per i ministeri e dallo scrivere lettere di raccomandazione
per il sollecito disbrigo delle pratiche dei suoi elettori.
Perciò
il delenda Carthago della democrazia liberale è:
Via il prefetto! Via con tutti i suoi uffici e le sue dipendenze
e le sue ramificazioni! Nulla deve più essere lasciato
in piedi di questa macchina centralizzata; nemmeno lo stambugio
del portiere. Se lasciamo sopravvivere il portiere, presto accanto
a lui sorgerà una fungaia di baracche e di capanne che
si trasformeranno nel vecchio aduggiante palazzo del governo.
Il prefetto napoleonico se ne deve andare, con le radici, il
tronco, i rami e le fronde. Per fortuna, di fatto oggi in Italia
l'amministrazione centralizzata è scomparsa.
Ha
dimostrato di essere il nulla; uno strumento privo di vita propria,
del quale il primo avventuriero capitato a buon tiro poteva
impadronirsi per manovrarlo a suo piacimento. Non accadrà
alcun male, se non ricostruiremo la macchina oramai guasta e
marcia. L'unita del paese non è data dai prefetti e dai
provveditori agli studi e dagli intendenti di finanza e dai
segretari comunali e dalle circolari ed istruzioni ed autorizzazioni
romane.
L'unita
del paese è fatta dagli italiani. Dagli italiani, i quali
imparino, a proprie spese, commettendo spropositi, a governarsi
da sé. La vera costituente non si ha in una elezione
plebiscitaria, a fin di guerra. Così si creano o si ricostituiscono
le tirannie, siano esse di dittatori o di comitati di partiti.
Chi vuole affidare il paese qualche altro saltimbanco, lasci
sopravvivere la macchina accentrata e faccia da questa e dai
comitati eleggere a costituente. Chi vuole che gli italiani
governino se stessi, faccia invece subito eleggere i consigli
municipali, unico corpo rimasto in vita, almeno come aspirazione
profondamente sentita da tutti i cittadini; e dia agli eletti
il potere di amministrare liberamente; di far bene e farsi rinnovare
il mandato, di far male e farsi lapidare. Non si tema che i
malversatori del denaro pubblico non paghino il fio, quando
non possano scaricare su altri, sulla autorità tutoria,
sul governo la colpa delle proprie malefatte. La classe politica
si forma cosi: col provare e riprovare, attraverso a fallimenti
ed a successi. Sia che si conservi la provincia; sia che invece
la si abolisca, perché ente artificioso, antistorico
ed anti-economico e la si costituisca da parte con il distretto
o collegio o vicinanza, unita più piccola, raggruppata
attorno alla cittadina, al grosso borgo di mercato, dove convengono
naturalmente per i loro interessi ed affari gli abitanti dei
comuni dei dintorni, e dall'altra con la grande regione storica:
Piemonte, Liguria, Lombardia, ecc.; sempre, alla pari del comune,
il collegio regione dovranno amministrarsi da se, formarsi i
propri governanti elettivi, liberi di gestire le faccende proprie
del comune, del collegio e della provincia, liberi di scegliere
i propri funzionari e dipendenti, nel modo e con le garanzie
che essi medesimi, legislatori sovrani nel loro campo, vorranno
stabilire.
Si
potrà discutere sui compiti da attribuire a questo o
quell'altro ente sovrano; ed adopero a bella posta la parola
sovranità e non autonomia, ad indicare che non solo nel
campo internazionale, con la creazione di vincoli federativi,
ma anche nel campo nazionale, con la creazione di corpi locali
vivi di vita propria originaria non derivata dall'alto, urge
distruggere l'idea funesta della sovranità assoluta dello
stato. Non temasi dalla distruzione alcun danno per l'unità
nazionale. L'accentramento napoleonico ha fatto le sue prove
e queste sono state negative: una burocrazia pronta ad ubbidire
ad ogni padrone, non radicata nel luogo, indifferente alle sorti
degli amministrati; un ceto politico oggetto di dispregio, abbassato
a cursore di anticamere prefettizie e ministeriali, prono a
votare in favore di qualunque governo, se il voto poteva giovare
ad accaparrare il favore della burocrazia poliziesca ed a premere
sulle autorità locali nel giorno delle elezioni generali;
una polizia, non collegata, come dovrebbe, esclusivamente con
la magistratura inquirente e giudicante e con i carabinieri,
ma divenuta strumento di inquisizione politica e di giustizia
" economica ", ossia arbitraria. L'arbitrio poliziesco erasi
affievolito all'inizio del secolo; ma lo strumento era pronto;
e, come già con Napoleone, ricominciarono a giungere
al dittatore i rapporti quotidiani della polizia sugli atti
e sui propositi di ogni cittadino sospetto; e si potranno di
nuovo comporre, con quei fogli, se non li hanno bruciati prima,
volumi di piccola e di grande storia di interesse appassionante.
E quello strumento, pur guasto, e pronto, se non lo faremo diventare
mero organo della giustizia per la prevenzione dei reati e la
scoperta dei loro autori, a servire nuovi tiranni e nuovi comitati
di salute pubblica.
Che
cosa ha dato all'unità d'Italia quella armatura dello
stato di polizia, preesistente, ricordiamolo bene, al 1922?
Nulla. Nel momento del pericolo e svanita e sono rimasti i cittadini
inermi e soli. Oggi essi si attruppano in bande di amici, di
conoscenti, di borghigiani; e li chiamano partigiani. E lo stato
il quale si rifà spontaneamente. Lasciamolo riformarsi
dal basso, come e sua natura. Riconosciamo che nessun vincolo
dura, nessuna unita e salda, se prima gli uomini i quali si
conoscono ad uno ad uno non hanno costituito il comune; e di
qui, risalendo di grado in grado, sino allo stato. La distruzione
della sovrastruttura napoleonica, che gli italiani non hanno
amato mai, offre l'occasione unica di ricostruire lo stato partendo
dalle unita che tutti conosciamo ed amiamo; e sono la famiglia,
il comune, la vicinanza e la regione. Cosi possederemo finalmente
uno stato vero e vivente.
(L'Italia
e il secondo risorgimento, supplemento alla "Gazzetta ticinese",
17 luglio 1944, a firma " Junius ".)
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